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<<< Non una parola di più - progetto di Maria Cristina Strati del 2013 >>>
“Bisogna stare in un posto dove le parole diventano foglie e così possono rubare i colori alle nuvole e dondolare al vento”
 (Tonino Guerra, Polvere di Sole, 2012)


“Quando tu [Antonioni] dichiari in un'intervista con Godard: "Provo il bisogno di esprimere la realtà in
termini che non siano affatto realistici", tu testimoni una corretta percezione del senso: non lo imponi, ma
non lo abolisci. Tale dialettica conferisce ai tuoi film una grande sottigliezza: la tua arte consiste nel lasciare
la strada del senso sempre aperta, e come indecisa, per scrupolo. È proprio in questo che tu assolvi il
compito dell'artista di cui il nostro tempo ha bisogno: né dogmatico, né insignificante”
(Roland Barthes, febbraio 1980)

Nei film di Michelangelo Antonioni ci sono pochissime parole: a parlare sono le immagini.
Un esordio del genere, in un testo come questo, rischia di far rabbrividire per la presunta banalità. Ma non è così: l’affermazione è infatti tanto più vera quanto più appare frutto di uno scontato intellettualismo, perché l’assenza di parole invita proprio a gettare via ogni pretenziosa interpretazione intellettual-salottiera per lasciare il posto a un altro modo di vedere e leggere prima il film, e poi il mondo intero.  Qui tutto esplode, come nella nota scena finale di Zabriskie Point, e il nostro universo intero, fatto di miti pop consunti e consumistici, visioni preconfezionate e idee a buon mercato,  va fortunatamente in mille pezzi, facendosi simile a una scompigliata visione alla Pollock. Restano colori, immagini, silenzi e volti: insomma, nient’altro che una profondissima bellezza.
Lungi dall’esaltare qualsiasi forma di edonismo, i film di Antonioni hanno appunto pochissime parole: ma sono tutte necessarie e perfette. E tanto più di bellezza si può parlare, unita a profonda sensualità e intelligente ironia, se l’attrice protagonista intorno a cui ruota il racconto del film è la grandissima Monica Vitti: un volto capace di trasfigurare ogni visione stereotipata del femminile, di andare oltre, e guardare dentro, alle profondità infinite dell’anima e dei suoi tormenti.
Questa mostra è dedicata alla memoria del grande maestro del cinema italiano Michelangelo Antonioni. L’attenzione si concentra in modo particolare sui film La Notte (1961), L’Avventura (1960), e L’Eclisse (1962), noti al pubblico appunto come “trilogia esistenziale” o “dell’incomunicabilità” che si completa poi con “Il Deserto Rosso” del 1964. I film, che costituiscono una delle pagine forse più intense e ricche di senso della storia del cinema del nostro paese, si concentrano in modo particolare sul tema della difficoltà dei rapporti umani nella nostra epoca, sull’incomunicabilità, sulle tensioni interne alle relazioni di coppia. Una particolare attenzione è dedicata ai personaggi femminili: in  tutti e tre i film un ruolo fondamentale è, come è noto, affidato al genio interpretativo di Monica Vitti.
Per sviluppare questo progetto sono stati coinvolti tre artisti che lavorano con linguaggi espressivi tra loro differenti, ma che vertono in modo particolare sulla dimensione installativa e scultorea. Ogni artista ha lavorato su un singolo film, cercando di coglierne e interpretarne il messaggio artistico e di pensiero, per dare vita ad un lavoro autonomo, nuovo per linguaggio e contenuto, ma capace di porsi in dialogo sia con le opere di Antonioni, sia con gli altri lavori in mostra.
Dato che ogni artista occupa una sala della galleria, il progetto è alla fine più simile ad una triplice personale che ad una vera e propria mostra collettiva.
Elizabeth Aro (Buenos Aires, 1961, vive e lavora ad Arona) presenta due installazioni pensate e realizzate a partire dal film La Notte
 
Elizabeth Aro, Provvisorio per sempre, 2013, velluto di cotone, legno_300 x 400 x 350 cm_Courtesy Gagliardi Art System Torino.jpg

Claudia Maina (Milano, 1976) ha sviluppato un percorso espositivo su L’Eclisse
 
Claudia Maina, Bedbug Gaze_2013, tecnica mista 12 x 27 x 57 cm_Courtesy Gagliardi Art System Torino.jpg

I Santissimi (al secolo Sara Renzetti e Antonello Serra, nati entrambi a Cagliari, dove vivono e lavorano, nel 1978) si sono invece concentrati su L’Avventura.
 
Santissimi - IN VIVO (F1) , 2013, tecnica mista_75x45x200 cm_ Courtesy Gagliardi Art System Torino.jpg

Ogni artista ha dato vita all’interpretazione di uno dei tre film di Antonioni per una naturale affinità con il proprio lavoro, in un gioco sottile gioco di rimandi per cui il film diventa la chiave interpretativa del lavoro, e viceversa. I progetti sono stati pensati e realizzati concentrandosi su specifiche scene dei film considerate essenziali, oppure cercando di cogliere il senso generale e più profondo dell’opera del maestro di Ferrara.
Il progetto espositivo è nato per me spontaneamente, dal vivo interesse suscitato dai film in oggetto del lavoro, ma anche e soprattutto per il senso particolarmente attuale e profondo che le tematiche affrontate da Antonioni hanno per noi oggi.
Meno facile, anzi, decisamente più complessa e a tratti tormentata, è stato invece il lavoro concreto di realizzazione del progetto: la selezione degli artisti, il loro processo di conoscenza del materiale filmico, lo studio, le discussioni sulle tematiche e sui lavori che meglio le avrebbero espresse, si sono rivelate una vera avventura, parafrasando il titolo del film, intensa dal punto di vista intellettuale e forse anche emotivo.
Una nota curiosa: più volte, nel corso della lavorazione, alcuni tra gli artisti coinvolti mi hanno manifestato un senso di profonda e curiosa meraviglia: perché il film su cui dovevano lavorare non parlava loro soltanto appunto di lavoro, in quanto ottime artiste quali sono, nell’ambito della loro ricerca, ma pareva rivolgersi a loro personalmente, a livello di vita e storia personale.
All’ingresso della galleria il pubblico è accolto da un lavoro di grandi dimensioni di Elizabeth Aro. Si tratta di un albero di stoffa, cucito sapientemente in morbido broccato bianco. L’albero appare reggersi con difficoltà, aggrappato ad un’impalcatura di legno, simile al ponteggio di una casa in ristrutturazione. Il lavoro si ispira alla scena finale del film La Notte, in cui Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau si ritrovano all’alba a fare i conti con se stessi e la propria storia di coppia, seduti ai piedi appunto di un albero. Ma l’albero è anche il simbolo di una storia che cresce e sopravvive, bianca e pura come il latte, ma tanto fragile che per andare avanti deve essere puntellata, appoggiarsi a una struttura che insieme la sorregge e la opprime: così come l’amore spontaneo tra due persone a volte è obbligato da regole ad esso esterne e imposte a rientrare in canoni prestabiliti, comportamenti sociali che ne distruggono lo spirito profondo pur consentendo, come puntelli di una struttura architettonica claudicante, di restare unito a ciò che altrimenti si separerebbe, trovando forse altre, nuove e più libere strade.
All’interno della galleria, nella prima sala, Aro continua la sua riflessione con una serie di lavori diversi, tra cui spiccano una serie di quadri letteralmente incisi e scolpiti nel vetro che riportano una frase tratta dal film, pronunciata da un amico della coppia in una delle scene iniziali: “è davvero incredibile come non si ha più voglia di fingere a un certo momento”.
La frase è terribile e profonda, austera e secca nella sua semplicità (da notare la scelta di Antonioni/Guerra a non usare la forma congiuntiva del verbo, a sottolineare l’implacabilità della scelta, la reale e concreta impossibilità di fingere). Le parole scolpite nel vetro non potrebbero reggere, sono terribili, ma ancora una volta estremamente fragili. Reggono soltanto perché una cornice di legno le tiene insieme, in modo insieme tragico e poetico: così come alle volte i matrimoni, i legami, reggono perché a reggerli è, letteralmente, la cornice (vedi famiglia, figli, società e convenzioni di vario tipo), e non un contenuto che stia in piedi da sé. Nella sala accanto, il percorso espositivo prosegue con i lavori di Claudia Maina, dedicati a L’Eclisse. Il film narra la storia di un giovane amore, tra una incontenibile Monica Vitti e un giovane Alain Delon. I due incrociano le loro vite, flirtano, ma non si coinvolgono mai realmente l’uno con l’altro. Ciò che loro sfugge è il vero incontro profondo: come il sole e la luna, maschile e femminile si guardano, si oscurano a vicenda, stanno a distanza e, per natura o per cultura, si guardano un momento e poi spariscono, come ombre.
Il lavoro di Maina si addice particolarmente a questo tipo di sentimenti e riflessioni. Nelle sue sculture/installazioni fatte di bicchieri ossessivamente accastellati l’uno sull’altro, abitate da omini gracili come ombre, tutti uguali e tutti prigionieri di un identico destino di solitudine e isolamento, senza redenzione, il vetro fa da spartiacque invalicabile, indice di una profonda tensione emotiva ed estetica: insieme esposizione allo sguardo di tutti e separazione insormontabile ad ogni reale contatto.
All’inizio del percorso espositivo a lei dedicato Maina presenta alcune sculture di piccole dimensioni, che conducono lo spettatore via via, verso un lavoro più grande, che evoca alcune scene salienti del film. La Vitti e Delon spesso, in un romantico ma significativo gioco di amanti, si baciano per finta attraverso la lente di una porta, le labbra separate da un insuperabile vetro, sperimentando l’anelito al contatto intimo (il bacio) e insieme la separazione (il vetro): così le figurine prigioniere dei bicchieri, che abitano le sculture in mostra, paiono creaturine chiuse in magiche storte alchemiche, insieme pronte a sottrarsi a ogni autentico contatto, ma chissà , forse anche interiormente pronte a un qualche tipo di misteriosa trasformazione di sé, tanto più profonda e impegnativa, quanto nascosta allo sguardo, e tuttavia, forse, preludio di una più felice svolta.
Al piano superiore la mostra si conclude con un lavoro particolarmente impegnativo del duo I Santissimi, chiamati a interpretare il film L’Avventura.
Il film, come è noto, racconta di un triangolo amoroso tra Monica Vitti, Gabriele Ferzetti e Lea Massari. Il personaggio interpretato dalla Massari a un certo punto scompare, nel corso di una gita: morta? Fuggita oppure solo persa, incapace di tornare sui suoi passi? L’amica, Monica Vitti, e il fidanzato, Ferzetti, si mettono sulle sue tracce e, inesorabilmente, nonostante le resistenze della Vitti, si innamorano e iniziano una relazione, destinata però anch’essa a svanire nel nulla di una rete di condizionamenti sociali e culturali. La donna scomparsa, di cui non si sa più nulla, è la chiave della vicenda, proprio perché la sceneggiatura non offre alcun suggerimento su quanto le sia accaduto e su quale circostanza si sia deciso il suo destino. La donna scomparsa rappresenta forse l’anima fuggita? L’incontro, l’occasione perduta? Non resta che riflettere, immaginando.
I Santissimi hanno tradotto le suggestioni provenienti dal film e della vicenda in esso narrata attraverso un’installazione di grandi dimensioni che rappresenta due figure umane, un uomo e una donna, riprodotte in maniera profondamente realistica e a grandezza naturale. Le due figure stanno l’una di fronte all’altra, immerse in una inquietante semi oscurità, e racchiuse in teche di vetro, come animali da osservare, anch’essi, come prima per i lavori di Claudia Maina, senza poter allungare la mano e toccarsi, mai. Si guardano? Respirano? Non possiamo saperlo, né immaginarlo. Le figure sembrano avvolte in una nebbia sottile, che ne dissolve i contorni. Ciò che emerge dal lavoro è la morte della vita senza incontro, senza mettersi in gioco, senza rischio. Sta a noi, spettatori, guardare, toccare con mano, accarezzare le teche e far apparire, come per incanto, le figure nascoste, le vite celate allo sguardo, l’incontro mancato.
Qui, come negli altri lavori in mostra, la speranza si nasconde dunque nel segreto di un incontro vero, fatto di occhi, mani, nessuna finzione o azioni di circostanza, solo la verità dello sguardo. Solo allora che si svela quella bellezza: profonda, impalpabile, difficile da scorgere a volte, ma possibile, presente e viva.
Quando il vetro che separa e spezza i contatti si rompe, vanno in mille pezzi i ruoli precostituiti del maschile e del femminile, già pronti per essere indossati come vestiti dozzinali in un ipermercato, tutti uguali e uguali per tutti. Ma che accade se si abbandonano i criteri borghesi a cui siamo abituati, i cliché, i condizionamenti sociali? Resta ancora qualcosa o non resta nulla?
È bello immaginare che, una volta spogliati delle intenzioni, convenzioni, giudizi e pregiudizi, resta il deserto: ma se fosse questo il deserto intensamente poetico di Zabriskie Point, punto magico dell’incontro puro, nudo, senza finzioni né frontiere? Così vanno all’aria tutti i puntelli, i silenzi, i progetti già pensati da altri al posto nostro. Chissà forse ora siamo pronti per cogliere la sorpresa dell’incontro con l’altro da noi. Un incontro vero, senza una parola di troppo.

Maria Cristina Strati
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