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<<< Introduzione al libro di Mauro Ciullo - scritto di Vincenzo Ampolo >>>

Introduzione


(In forma di parole)

 

di Vincenzo Ampolo

 

 

Nell’estate del 1982, in un intervento estemporaneo al XXIV Corso Internazionale d’Alta Cultura, promosso dalla Fondazione Giorgio Cini presso San Giorgio Maggiore a Venezia, Elèmire Zolla illustrò, così come il diretto interessato l’aveva raccontata, l’iniziazione di un sacerdote yoruba della tribù Hausa della Nigeria.

"Verso gli otto anni il padre cominciò a invitarlo a dormire con lui e approfittava quindi dello spazio tra veglia e sonno per comunicargli le conoscenze fondamentali, praticava un'ipnopedia, lavorando sull'immagine del ragazzo al momento di sutura tra la veglia e il sonno.

Tutta la gamma delle conoscenze tradizionali fu insinuata nella giovane mente a questo modo, pazientemente per anni."

 

Questo apprendistato immaginale, che si praticava nelle civiltà sciamaniche, ha una corrispondenza nelle storie narrate dalle figure maschili, più che nelle favole o nelle ninnananne delle nutrici, di un passato molto prossimo a noi.

Se, infatti, le figure maschili hanno la funzione di insegnare e tramandare miti, valori, modelli e modalità operative, il clan delle madri tende ad intervenire sui bisogni affettivi ed emotivi dei bambini, proponendo situazioni problematiche capaci di preparare alle inevitabili prove legate alle paure più antiche ed eterne degli esseri umani, come l’abbandono, il tradimento, la morte.

Le favole “della buona notte”, attraverso un insegnamento subliminale estremamente efficace, con il loro “lieto fine”, rassicurano ed esorcizzano queste paure e accompagnano, in modo ipnotico, il bambino verso un sonno pieno di sogni rassicuranti e rigeneranti.

Tutte le fiabe sono funzionali ad un "lieto fine", che è anche un "nuovo inizio", una rinascita dalla morte simbolizzata dalla "brutta avventura”.

 

Mauro Ciullo, in questo testo, che da conto dei vari studi e teorie del linguaggio, approfondisce e sottolinea il valore della narrazione sia in termini di identità personale sia in termini di realtà collettiva e universale “…che comprende non solo ciò che siamo stati, ma anche ciò che saremo”.

Tutte le vicende ed i personaggi delle storie in dialetto salentino, “li cunti”, raccolti da Mauro Ciullo, tramandati nella modalità del racconto orale, fanno evidentemente riferimento  ad un insegnamento “maschile” che, come lo stesso Cullo afferma, descrivono “…fatti reali o immaginari, il cui scopo è quello di trasmettere valori morali in riferimento alla realtà esistenziale… contribuendo …all’organizzazione ed alla comprensione dell’esperienza”.

 

 In questi racconti, oltre che ricordare i tempi passati del “c’era una volta” si parla di persone comuni, spesso anonime, che si trovano ad affrontare situazioni verosimili e a volte altrettanto straordinarie quanto quelle mitologiche, presentate tuttavia come qualcosa di possibile, qualcosa che potrebbe accadere nella vita reale di ognuno di noi.

I ricordi di un passato più o meno lontano, i luoghi, i mestieri, gli etnometodi di un vivere comune, gli interventi divini atti a punire le intemperanze degli umani, diventano narrazioni, a volte divertenti altre volte catastrofiche e terrificanti.

Proiezioni e identificazioni, in questo caso, sono facilitate e diventano il motore per intraprendere un viaggio di conoscenza comune, d’integrazione e di crescita individuale e sociale.

A questo proposito ricordiamo gli studi sul determinismo linguistico di Edward Sapir, nei quali si sottolinea come il linguaggio stesso determina il modo in cui il parlante pensa; nel senso che il linguaggio che usiamo, in questo caso il dialetto salentino, media la nostra esperienza del mondo e quindi “determina”, o quanto meno “influenza” cognitivamente i parlanti nel modo in cui pensano la realtà.

Ecco quindi che quella “salentinità”, di cui siamo portatori, più o meno consapevoli, si nutre di racconti popolari, di modi di essere e di concepire la vita in modo specifico, “caratteristico” , perchè proprio di un carattere forgiato all’ombra di modelli sociali trasmessi attraverso narrazioni popolari.

 La storia interiore della vita del singolo è in definitiva una storia di decisioni, di scelte, di occasioni, nella quale, attraverso la molteplicità dei vissuti si rivelano connessioni, tracce, modalità che portano ad specifica “tessitura” ad una specifica “narranza” .

Emerge chiaramente in questi racconti l’aspetto didattico, proprio di una psicologia popolare estremamente efficace, che potrebbe meritare ulteriori analisi ed ulteriori approfondimenti.

 

Ma, procedendo a ritroso, alla ricerca dei motivi strutturali che privileggiano il linguaggio ad altre forme comunicative, è lecito chiedersi come mai le parole hanno ancora così tanta importanza in un mondo che sembra avviarsi verso il tramonto della ragione e che opera in modo sempre più manipolativo e coercitivo.

 

Ogni essere umano, dalla nascita della vita sulla terra fino ai nostri giorni, è circondato e pervaso da suoni, più o meno significativi, che lo informano sul suo essere nel mondo, sulla sua stessa esistenza.

Se il pensiero instaura connessioni, elabora metafore, suggerisce analogie, il linguaggio, fornendo strumenti per identificare, nominare, distinguere e classificare, cerca di catturare cognitivamente la realtà.

Lo sguardo è guidato così dal linguaggio e l’immagine dell’Altro è un’immagine linguistica.

Questa supremazia della lingua informa in qualche modo tutte le discipline e le scienze contemporanee: dalla biologia alla neurologia, dall’antropologia alla sociologia, dalla filosofia alla letteratura, fino alla semiotica e alle varie discipline della linguistica (sociolinguistica, psicolinguistica, neurolinguistica, biosemiotica  e molte altre specializzazioni all’interno degli studi linguistici). Ognuna di queste innumerevoli discipline, da un punto di vista particolare, studia, osserva, riflette e mette in relazione il linguaggio con altre facoltà, saperi, vissuti, comportamenti, bisogni e possibilità di evoluzione degli esseri umani. 

La natura dell'uomo, e lo scenario dei suoi eventi, non è quindi distinguibile dai linguaggi che questa natura e questi eventi  rappresentano. Ecco perchè, la modalità del narrare è una modalità antica che si perde nella notte dei tempi e tuttavia è anche uno strumento essenziale utilizzato nelle pratiche educative e socio-assistenziali, così come nelle relazioni affettive e comunicative.

Il bambino ascolta le parole prima ancora di saperle pronunziare. Parole con le quali viene presentato il mondo nei suoi minimi particolari, denominata ogni cosa, come pure ogni sentimento che i singoli oggetti o le singole situazioni possono stimolare.

Il suono delle parole sottolinea la dolcezza, la leggerezza, l'allegria di certe situazioni, come pure la tristezza, la malinconia, la sofferenza di altre.

Il caos si ordina per mezzo delle parole.

Tutto diventa conoscibile e rassicurante se ha un nome, perchè tutto è quello che è, e non altro.

Una volta imparati i nomi delle cose, le cose stesse vengono catalogate e riposte in spazi più ampi, insiemi mentali nei quali operano i dovuti distinguo.

Il bello e il brutto, il dolce e il salato, l'allegro e il triste, ciò che piace e ciò che dispiace e tanti altri cassetti mentali entro cui sistemare ciò che si conosce fino a quel momento.

Con il tempo si imparerà a distinguere ancora tra ciò che appare e ciò che in realtà è, a cogliere le sfumature tra il bene e il male e ad attingere dall'esperienza del dolore i motivi per essere felici.

Il bambino cresce, ora si nutre di favole, di racconti, di storie.

Immagini mentali dell'esistente, dei modi dell'esistere, delle possibilità che l'uomo ha di sfidare il caos, di modificare gli eventi, di vincere le proprie paure.

Rischiamo di essere invasi, travolti dalle parole e dalle immagini che a queste si accompagnano, se non impariamo ad arginarne il senso catastrofico.

Le parole che aleggiano fuori e dentro di noi vanno afferrate, riconosciute, addomesticate con cura e pazienza, per ricavarne motivi di ripensamento, di risanamento, di crescita.

La complessità del reale richiede storie, narrazioni che confortino, che ci riconfermino, che siano capaci di spiegare, di dare un senso al nostro essere nel mondo, alla nostra stessa esistenza.

Il presente lavoro di Mauro Ciullo, ha il merito di aver focalizzato l’aspetto primario del linguaggio e della narrazione, specificatamente legata al dialetto salentino, nella genesi strutturale del pensiero e della formazione cognitiva delle giovani generazioni.

 

Riferimenti bibliografici

- V. Ampolo Voci dell'Anima - Scrittura narrazione e pratica analitica, Ed. BESA, Lecce, 2004;

- G.B.Bronzini Fiabe Pugliesi, Ed. Mondadori, Milano, 1983;

- J. S. Bruner  La fabbrica delle storie Diritto, letteratura, vita, Ed. Laterza, Bari, 2002;

- M. Ammaniti e D. N. Stern (a cura di) Rappresentazioni e narrazioni, Ed. Laterza, Bari, 1991;

- E. Sapir The Psychology of Culture: A Course of Lectures. Reconstructed and Edited by Judith T. Irvine, Mouton de Gruyter, Berlino, 1993.

 

 

 

 

 

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Opera inserita il1 Marzo 2016 • vista200 volte • con1 intervento (il 1 Marzo 2016)

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