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<<< Interferenze.to.it... intervista a Gian Luca Favetto - documento di Maria Cristina Strati  [ArsMag]  del Marzo 2006 >>>

MCS: Raccontare Torino e i torinesi… ai torinesi. Sottolineando alcuni momenti, soffermandosi su luoghi e suggestioni della città e della sua vita, dei suoi abitanti… come è nata l’idea di questo libro? GF: E’ nata con l’idea del progetto, nata con le interferenze, con la voglia di costruire un’azione teatrale articolata in quattro momenti, quattro tempi, quattro quartieri -parlando di città. Sono due spettacoli di prosa e musica, che finiscono dopo pochi giorni, e un’opera internet -la prima in Italia di questo genere- più un libro d’arte, che resistono nel tempo, fanno ancora esistere, fanno resistere il progetto. Non parla di Torino ai torinesi, ma parla da Torino a tutti gli italiani, almeno.

MCS: Insieme con le rappresentazioni teatrali che avranno luogo alla Cavallerizza, il progetto appare come un lavoro multimediale nel senso letterale del termine. Dalla parola scritta al teatro, passando per il web… E l’arte contemporanea? intesa come momento vissuto dalla comunità dei torinesi…
GF: E invece l’arte contemporanea c’è. Al libro e all’opera internet hanno partecipato una mezza dozzina di artisti come Valerio Berruti, Saverio Todaro, Fulvio Bortolozzo, Leandro Agostini e poi anche fotografi come Giorgia Fiorio. Sono artisti torinesi e non solo. Il libro e l’intera opera internet, in verità, se ci viaggi, se la percorri e la usi, se la integri, cioè se interferisci con i materiali che ti richiediamo, sono un lavoro d’arte che partecipa del pensiero artistico contemporaneo. Almeno questo a me sembra.

MCS: Il libro si muove per parole chiave. Ho notato un particolare. Le persone sono quasi al fondo. Prima vengono i luoghi. Luoghi fisici (mappa, fiume, viaggio…) e luoghi dell’anima(odori, attesa, futuro, memoria…). Luoghi contro i non- luoghi di cui si parla tanto in architettura e che fanno molta parte della vita nelle metropoli dell’epoca della globalizzazione. Come a dire che la vita vera non è nei centri commerciali, nei metrò (ok, a Torino c’è solo da un mese…)?
GF: La vita vera non è in un luogo, è nelle persone che abitano, attraversano, vivono i luoghi, questo penso. Perché la mia idea, un’idea antica come la cultura greca, è che la città sono le persone che la abitano. Le parole chiave sono oggetti o sentimenti o luoghi o azioni di cui la città è fatta, sono i materiali della città, sai quegli elementi costitutivi della tavola di Mendeleev. Ecco, se ci fosse una tavola di Mendeleev della città, questi diciotto elementi ci sarebbero. Nei centri commerciali non è che non ci sia vita vera, c’è la verità del falso, dell’illusione, dell’artificio.

MCS: La scenografia della città viene prima, domina, anche se nel modo complesso e articolato di una sorta di sinestesia proustiana di profumi, idee, ricordi, suoni, colori. Le persone vengono solo alla fine, quasi come ospiti, “qualcosa” su cui lo sguardo (interiore ed esteriore) si posa soltanto in un secondo momento...
GF:
Metti Rilke e soprattutto Joyce, al posto di Proust. Perché di Rilke e Joyce sono fatto io, non di Proust. E poi il riferimento preciso è all’Ulisse di Joyce, su cui ho lavorato molti anni fa per la Mondadori: diciotto capitoli come le diciotto ore e i diciotto stili dell’Ulisse, una città percorsa di giorno e di notte, Torino come Dublino, ma anche come Parigi, come Saigon, come New York, come Buenos Aires eccetera. Le persone sono il motivo centrale del racconto, sia dell’opera internet, sia del libro. I luoghi, in fondo, come penso, sono tempo raggrumato, e ciò che raggruma il tempo è l’uomo, l’azione dell’uomo, la sua parola. Credo fortemente che le parole siano azioni.

MCS: E’ definito un libro artista: perché fatto non solo di parole ma anche di immagini, suggestioni. Lascia più spazio al non detto e a ciò che le fotografie o solo una parola sono in grado di evocare… sei d’accordo con questa definizione?
GF: D’accordo. Un libro d’arte, proprio per questo.

MCS: Interferenze avrà un seguito i prossimi anni?
GF: E’ nelle intenzioni. Se l’opera internet raccoglierà buoni materiali (la mia intenzione è di sostituire nel giro di qualche mese, dopo l’estate comunque, tutti i video, le foto, i testi, i link anche con quelli che ci portano i viaggiatori, mantenendo un archivio generale), vorrei che entro la fine dell’anno si tornasse in scena a partire da ciò che ci è stato passato dai viaggiatori. Una sorta di lavori in corso, di cantiere. Ma anche di eco che continua e che può diventare humus per nuovi progetti, nuovi percorsi, nuove idee e spettacoli. Non so mica se mi sono spiegato bene, ma ci credo, credo nel lavoro a tappe. I lavori a tappe sono veri viaggi.

MCS: Come vedi il rapporto tra la parola scritta, in poesia o in prosa, e il teatro come rappresentazione, messa in gioco del corpo e del rapporto con il pubblico in carne e ossa davanti all’attore?
GF: Come vedo il rapporto?, come lo sento, come lo ascolto, come lo annuso, come lo tocco, come lo gusto: sensualmente, in modo sensorio, si dice sensorio? Sensoriale, pratico, concreto. Immagino che sia –debba essere- un reciproco, positivo scambio, quello tra parola scritta e parola messa in pagina perché sia sollevata dalla voce e dal fisico di un attore: hanno bisogno entrambi di interferire l’una con l’altra. Io vado dalla parola che fa romanzo alla parola che fa teatro o radio, vado e torno e così, penso, mi arricchisco. Per esempio, scrivo con la macchina per scrivere a voce alta, così quando scende sulla pagina la parola non è mai morta, non è mai fissa, né fessa, spero, non stride. Uno scrive sempre con la sua voce, e questo è quello che si chiama stile.

MCS: Cosa pensi della letteratura contemporanea? Come delineeresti la situazione di oggi?
GF: La letteratura è sempre contemporanea altrimenti non è, come il teatro, che è contemporaneo, non antico e non moderno, contemporaneo, altrimenti non esiste, non resiste. La letteratura, quella buona, è viva, vigile ed è in salute, nonostante tutto ciò che si pubblica.

MCS: Tu che cosa leggi? C’è uno scrittore del passato al quale ti ispiri?
GF: Leggo film e opere d’arte e spettacoli e dischi, oltre che libri. Sembra una battuta e non vorrebbe esserlo. Perché è la stessa l’attitudine con cui uno si mette davanti a un libro, a un film, eccetera, l’attitudine di uno che scrive, intendo. Bevo tutto, mangio, così faccio, attraverso gli occhi, più o meno -scritto suona un po’ retorico, a voce suonerebbe meno eccessivo, vedi, anche qui sta la differenza fra parola scritta e parola parlata. Per dire, adesso ho sul tavolino da notte questi libri: L’infinito viaggiare di Claudio Magris, Conoscerete la nostra velocità di Dave Eggers, Luci nella notte di Georges Simenon, L’invenzione delle nuvole di Richard Hamblyn, Nemico amico amante di Alice Munroe, Lo stordimento di Joel Egloff e Elogio dell’imprecisione di Giovanni Garroni. Un po’ o­nnivero e vagabondo, eh.
Dei vecchi: ho già detto di Rilke e Joyce, e poi Hemingway e Pavese e l’elenco sarebbe più lungo di una squadra di rugby, quindici giocatori, a cominciare da Ariosto e Cervantes, fino a John Fante. Te lo risparmio, perché nel risponderti vedo che mi sto già annoiando da solo. Scusa.

MCS: Nel tuo libro c’è una linea di note continua, che accompagna ogni pagina del testo… Tu che musica ascolti? Qual è il tuo musicista preferito tra tutti?
GF: Molta musica classica, musica africana, e poi la nostra, quella occidentale, con il jazz in testa, come cappello. Un nome, un nome solo, chiedi. Dico Brian Eno, come progetto musicale. Poi Springsteen, era il mio eroe, mi ha fatto continuare l’adolescenza. Mi piacevano i Fairground Attraction, li conoscevi?.





Gian Luca Favetto (1957) Scrive per “La Repubblica” e “Diario”. È drammaturgo e critico cinematografico. Conduce programmi su RadioRai. Ha pubblicato le poesie La memoria e l’oblio (Italscambi, 1982), L’ultima meraviglia (Genesi, 1990) e Il versante accogliente dell’ombra (Marcos y Marcos, 1996). Per Marcos y Marcos sono usciti anche Chiunque va a piedi è sospetto (1992) e Tommaso Torelli, inseguitore (1994). Per Paravia, il saggio Hemingway (1997). Per Mondadori, il romanzo A undici metri dalla fine (2002), i racconti Se vedi il futuro digli di non venire (2004) e Italia, provincia del Giro – Storie di eroi, strade e inutili fughe (2006) sull’Italia vista attraverso con gli occhi di un viaggiatore al seguito del Giro ciclistico.

Interferenze tra la città e gli uomini un progetto di Gian Luca Favetto Ed. Angolo Manzoni/ Assemblea Teatro, 2006 www.angolo-manzoni.it www.assembleateatro.com (le immagini di questo articolo sono tratte dal sito www.assembleatatro.com)

 

N.B.:L'articolo compariva sulla rivista online ArsMag (www.arsmag.it), diretta da M.C.Strati. Le pubblicazioni sono state interrotte a fine marzo 2006.

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Opera inserita il30 Giugno 2007 • vista723 volte

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