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OPERA   |  N.Autori: 106  |  N.Opere: 416  |  N.Tag: 15
<<< A Pier Paolo Pasolini - poesia di Claudio Gulli dell' Ottobre 2007 >>>

 

Non sono ancora davanti a te,

a rivederti nella graffiante alba d’inverno

chiuso nella desolazione di Ostia,

come tu facesti, nel maggio romano

per il padre dei padri.

 

Rivoglio il tuo vivere prima,

lo scandalo il tormento

la rabbia l’amore,

prima di un morire che è vero e vano,

invano per chi vede in te la vita

e non la morte.

 

Se i deserti di Teorema o i volti di Medea,

resti dei tuoi passi sul mondo,

o il verso liberato

la voce rotta, febbrile

dicono tutto quello che c’era in te

non posso saperlo,

sono apparizioni senza mitografia

di un centauro

o del sogno di una cosa.

 

Se nel farsi degli anni,

nel decadere di un’idea mortificata,

non sia rimasto solo il grido

disperato, d’angoscia

per la tragedia della normalità

-solo un’Apocalisse ci avrebbe liberati-

non lo capisco

perché conosco solo il mondo che odiavi

che mi contiene ed appartiene

senza lasciarmi nemmeno un istante

-forse disprezzeresti anche me.

Mi hai insegnato ad amare contro ragione.

Per questo non accetto le tue debolezze

il tuo morire da vivo

lo straziante consumarsi del suicidio

che ti sei imposto

vivendo con l’ansia di morte.

Non sarebbe finita diversamente

solo l’odio, solo il giudizio

poteva salvarti dalla tua disperata

vitalità, che non è più la nostra

che non possiamo conoscere

la lotta l’impegno l’uomo.

Noi vittime della storia

(La tua Controstoria)

Che non ci ha dato d’essere figli

senza colpe,

massa senza dio né identità

artefice di –vera- violenza terrore arroganza

sporca dei miti di ricostruzione e contestazione

inutilmente perduta ogni diversità.

Io vedo negli occhi di qualcuno,

nelle pozzanghere di primavera,

la smania di essere che forse ti apparteneva

-e tu pure potevi sopravvivere solo così-

la purezza o la complessità

del tuo antico mondo perduto,

i bambini che corrono alla Kalsa di Palermo

il sorriso ostinato di un immigrato indiano

l’anziano morente che vorrebbe raccontare,

scatti scremati dal nulla imperante,

rimandano a te, ai tuoi giorni

in cui nulla giaceva immoto e spento.

 

Non che una borgata ci possa salvare,

oggi, tra un traliccio e l’impotenza

ci resta quello che siamo,

-che tu non hai voluto essere

Perché ti sei concesso di morire-

ci resta il ridicolo entusiasmo

per un corteo un affresco una donna

-morto anche l’ideale

l’amore non è nemmeno un’utopia.

 

Quando verrò da te sulla spiaggia di Ostia,

senza libri o idee sotto braccio

forse avrò capito davvero

cosa mi aspetta: la resistenza tua,

il vivere senza respiro, sconfinare

ovunque pacificamente,

oppure un altro domani.

Amare non basta,

vorrei dirti che non lasciarti

invendicato

significa seppellire la tua disperazione

con le tue e le mie parole

con un nuovo senso

-una pace?-

 

Forse per questo non verrò mai,

la strada da battere per salvarti

potrebbe non esistere davvero,

potrebbe trascinarci con te senza scampo,

-potresti avere in fondo

tragicamente ragione-. Io voglio negare

la tua morte come fosse impossibile

sopravvivere all’illusione della tua scomparsa

del tuo ucciderci,

voglio solo darti da vivo

nuova vita.

 

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Opera inserita il2 Novembre 2007 • vista636 volte • con4 interventi (l'ultimo il 4 Novembre 2007)

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