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<<< L’ Autunno di J. - documento di Marta Ampolo  [Articoli]  del 2007 >>>


L’ Autunno di J.


Diario di Marta Ampolo (sett-nov 2007)
“Molto spesso i segni involontari rimandano
echi molto più profondi degli altri e
 in quei momenti si capisce che potrebbe
accadere di tutto.
-Se ne accorge di fare quei segni?
-No, i segni si fanno da soli.
Io osservo la cosa come fosse un diagramma.
Dentro ci sono, in latenza, infinite possibilità.
E’ difficile, non lo so dire.
Prendi, ad esempio un ritratto:
a un certo punto la bocca l’hai messa lì e poi,
grazie al diagramma, capisci
che deve stare da tutt’altra parte.”
F. Bacon, Conversazioni

Di J. ricordo gli occhi.
Il nostro incontro iniziò molto prima di quel giorno.
Ricordo di essermi svegliata presto, troppo presto.
Ricordo l’autobus affollato, studenti, l’ uomo coi fiori, una coppia di ingegneri coreani, vecchie signore con le buste della spesa.
Ricordo di essermi vista dall’alto, solo per un attimo, una macchia nera davanti al cancello.
Un cancello enorme.
Si aprì quel tanto che bastava per farci passare una persona, si richiuse rapido alle mie spalle.
Sono dentro, pensai.
Poi l’identificazione, i documenti, i cani, il viale con la vecchia struttura sul fondo, le mani sudate.
Mi intimai ad abbandonare ogni aspettativa.
Dal terzo giorno tutto questo diventò normale, quasi divertente, l’incedere si fece più sicuro, i poliziotti all’ingresso più cordiali e i cani svelarono, finalmente anche ai miei occhi, la loro piccola taglia.
Di J. avevo letto tutto.
Tutto ciò che medici, giudici, assistenti sociali e carabinieri avevano detto di lui.
I tratti del suo volto mutavano nel mio immaginario dopo ogni narrazione.
Avevo, per caso, prima ancora che ci fosse l’idea del progetto, assistito all’équipe per il suo ingresso al CPA (coincidenza su cui mi capitò più volte di riflettere).
Avevo ascoltato gli operatori parlare di lui, soffermarsi a lungo sulla scelta delle parole, sulla loro posizione all’interno della frase.
Ricordo di aver pensato alle conseguenze che le differenti sfumature di senso avrebbero avuto nella sua vita.
Nel volto che il lettore avrebbe immaginato.
Ricordo di aver pensato a quanto quella sintesi contenuta in una cartella siglata andasse diluita e integrata per avere una pur minima idea di ciò che era stato.
Ricordo di aver pensato a ciò che rimaneva fuori, a tutto quello che non si era potuto trattenere.
Ero sola nella stanza.
Seduta di fronte al lungo tavolo, all’album, ai colori a cera.
E’ ben illuminata, pensai.
Sentivo le voci dei ragazzi nelle altre stanze, urla a cui seguivano lunghi silenzi, poi sussurrati e ancora silenzi.
Nel frattempo mi sforzavo di cancellare tutte le nozioni che avevo incamerato su J., di allontanare qualsiasi idea, immagine, di fare spazio.
Aspettavo.
Avevo le mani sudate.
J. fu accompagnato dall’educatore, ci presentò e gli spiegò in cosa avrebbe dovuto consistere il nostro “lavoro” insieme.
Di J. ricordo gli occhi.
Ricordo le mille domande che mi si accavallavano in mente.
Ricordo che decisi di fare silenzio.
Decisi di lasciarlo fare.
Ricordo il mio sforzo di trattenere ogni particolare, ogni sfumatura.
Lo osservavo infierire sul foglio, cancellare e modificare in continuazione il soggetto.
Lo ascoltavo raccontare.
J. raccontava di tutto, ebbi l’impressione che mescolasse aneddoti tra i più disparati, storie vissute e storie ascoltate, viste, anche solo immaginate.
Mi appariva come allo stato gassoso, pronto ad occupare tutto lo spazio a sua disposizione, a mescolarsi con le altre particelle nella stanza, col tavolo, con me.
Mi chiese un altro foglio.
Il mandala era diventato un volto.
Un personaggio, il foglio non lo conteneva.
“Ora bisogna trovare il corpo giusto!” mi disse.
Il suo mutarlo di continuo m’impressionò.
Non dissi nulla.
Volevo raccogliere quei pezzi del puzzle.
Pezzi scomposti.
Un puzzle infinito, pensai.
Ne avremmo mai ricomposto insieme almeno un frammento?
E quel frammento, poi, ci avrebbe rivelato qualcosa?
Magari solo altre opposte e complementari verità, pensai.
J. mi colse sul fatto.
Mi ero distratta.
Mi riempì di domande sulla mia nazionalità, i miei affetti, il mio lavoro.
J. mi riportò nella relazione.
Una volta decisa la forma, fece silenzio per qualche minuto.
Facemmo silenzio insieme.
Colorava una metà della tutina del “pagliaccio”, la metà rossa.
Quel primo incontro finì velocemente.
Sembrò passato troppo in fretta.
Appuntai tutto ciò che avevo trattenuto, le sue parole, le analogie, il modo di colorare, ripassare, cancellare, le digressioni, le divagazioni, ogni cosa.
Scrissi per almeno venti minuti.
Una volta finito, ricominciai a prendere appunti sul taccuino.
Ci ripensai per tutto il tragitto.
L’autobus era quasi vuoto stavolta.
Mi fermai con lo  sguardo sulla vecchietta seduta in fondo, subito dietro al conducente, continuavo a fissarla e poi a fissarne i riflessi, sul vetro, sul pannello della cabina e poi sul metallo del portabagagli in alto.
Il riflesso capovolto catturò a lungo la mia attenzione.
Me lo figurai precipitare, piovere giù come gli omini con la bombetta della Golconde.
Mi ero distratta ancora.
Tornai immediatamente col pensiero a J.
Ricordo l’ansia di perderne memoria, i particolari.
Ricordo un gran mal di testa.
Ricordo che, una volta a casa, gettai la borsa e le chiavi sul divano e mi lasciai cadere sul letto con ancora indosso le scarpe.
Arrivò il buio.
Aveva disegnato un pagliaccio in croce.
Avvertivo una sensazione strana, faticai a darle una forma.
Quasi vergogna, mi dissi, vergogna mista a esibizione, quasi colpa.
Sottendevano ad ogni indecisione, ad ogni incertezza, al mutare direzione, alla pressione del tratto.
Il titolo l’aveva cambiato più volte:
un pervertito
un pentito
un pagliaccio
Cercava la mia approvazione J.
Cercava approvazione.
Non riusciva a gestirsi la libertà?
La libertà.
Io sono J., pensai.
L’asinello con una malformazione.
Il secondo disegno.
Ora tutti gli animali, tutte le parti, convivevano, sembravano creare un UNO.
il mandala/volto
le orecchie d’asino
il corpo maculato
la coda di cane
le zampe da gallina
un Uno malformato, ma pur sempre un Uno pensai.
…non c’erano quasi più cancellature
come se la colpa si fosse mutata in condizione…
 
Col colore rosso lo osservavo riparare i confini del cerchio,
che la circonferenza fosse chiusa, che nulla potesse fuoriuscirne.
pensavo alle ferite
guardavo i segni che J. aveva sul braccio
tagli mal cicatrizzati, bruciature.
Lo guardavo infierire sul volto come sul foglio,
grattava,
continuava a stuzzicare le croste.
Non l’avevo ancora notato fino a quel giorno
E poi ebbi un brivido.
Non star bene nella propria pelle, pensai, è male comune.
E poi c’era questo bisogno continuo di comunicare, e le orecchie grandi, per meglio sentire le opinioni altrui, direbbe la Marchover, il loro bisbigliare.
C’era questa enorme difficoltà a mettere l’asinello in un cerchio.
A chiuderlo, il cerchio.
A definire il Sé. A distinguerlo dal resto.
Le scritte restavano fuori.
Erano parole conosciute, sentite troppe volte, che si ripetevano, martellavano alla tempia, erano le cose che gli altri ripetevano a J., le ammonizioni, le regole, i buoni vecchi detti popolari che nascondono saggezze opposte.
Feci una strana riflessione su detti e proverbi quel giorno, per ogni affermazione si trovano un proverbio che la avalla e uno che la smentisce, è questa la verità allora?
L’unione delle opposte verità?
Scompongo gli elaborati in forme, e poi in altre più piccole, e in altre ancora, leggo e leggo, del significato dei colori, delle forme, del loro orientarsi e disporsi nello spazio...
... ma quale destra?
La mia o quella del foglio?
Qual è la destra di J?
Usava spesso l’azzurro per tracciare i confini,
echi del padre, mi dissi, posti vuoti, spazi troppo pieni.
Più leggo
più interpreto
più mi allontano da J.
che devo valutare in fondo?
è tutto lì
a ben guardare
è tutto lì
è tutto in me 
io sono J.
Di J. mi ricordo gli occhi
J. doveva imparare a stare nel cerchio.
Io dovevo imparare a stare nel cerchio.
Non consegnavo mai le schede per tempo,
è che odiavo l’idea di una valutazione,
di chiudere il divenire in una forma,
di evidenziare solo una parte,
di tralasciare il resto.
Poi ho creduto d’aver capito:
non avere punti di vista è pretenzioso,
non c’è decisione in realtà,
non c’è scelta.
Nessuna responsabilità.
Nessuna autonomia,
si reagisce a un parametro dato...
...io sono J, ancora una volta.
J. tirava sempre in ballo la morte
mi tornò in  mente quando trovai nella sua cartella
due disegni che aveva fatto da solo
in camera
dopo il nostro secondo incontro
“buio”
e
“luce”
-Pioveva e J. non è uscito a lavorare nell’orto, mi dissero.
Buio è il disegno più bello che J abbia fatto.
Avevo voglia di piangere.
Buio mi somigliava.
Lo vidi allora,
era tutto lì,
a ben guardare,
in quello spazio di carta.

 
E’ che a volte le cose sono esattamente come sembrano.
J. doveva imparare a stare nel cerchio, poi poteva scegliere come starci o di non starci affatto, ma era importante.
Sentivo che era importante, non mi sono data troppe spiegazioni, quelle vennero dopo.
J. ebbe grosse difficoltà a tracciarsi un confine.
Glielo feci io
e lui ci si organizzò all’interno.
Creò un sistema, un mondo,
con le sue regole e, una volta finito lo spazio,
lo riadattò creativamente.
Così le nuvole in cielo divennero i fumetti, i fiori parlavano di lui,
di più aspetti di lui,
dell’innocenza
della colpa
...della vergogna?
Avevamo ancora tempo.
Ho insistito.
J. ha fatto il suo cerchio
e ci si è disegnato dentro.
Nell’ultimo disegno sentii che J. era annoiato, infastidito, non collaborava,
sembrava aver fretta di finire.
L’avevo quasi perso per seguire un Ordine, allora mutai l’Ordine.
Colsi la sua esigenza di narrare, di narrarsi, gli chiesi di raccontare la storia di quel buffo personaggio che era venuto fuori, e J. Iniziò a raccontare.
J. mi regalò una storia.
La storia di J: “Il bandito imbecille”.
...
Consapevolezza? …non saprei
spero che qualcosa sia passato
cambiato? …non saprei
eppure
qualcosa è accaduto
l’ho visto
è stato rapido
leggero
quasi impercettibile
qualcosa è accaduto
come lo so?
non lo so,
l’ho sentito.




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Opera inserita il12 Novembre 2008 • vista650 volte • con7 interventi (l'ultimo il 24 Novembre 2008)

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