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<<< Otranto Il Luogo delle parole - dialogo virtuale sulla scrittura - narrazione di Francesco Pasca del Giugno 2008 >>>

Il luogo delle parole   Acrilico 100x100
(Francesco Pasca)
 
 
"C'è un luogo...
dove i fiori nascono tra le mani e hanno semi che colorano di blu i nostri bisogni."
 
 
 
Alla parola femmina per necessità e vocazione
che, con l'idea di essere come vento guarda se stessa in se stessa. Apre la porta della propria anima e si aggira in una casa di specchi, si addiziona all'infinito con la propria immagine per perdersi.
Alla parola che, intravedo trascinata e affondare nei ricordi anch'essi moltiplicati per incanto in pareti infinite.
Alla parola:
che chiamerò: "il caleidoscopio del Tempo"
 
   
 
 
IL LUOGO DELLE PAROLE
 
dialogo virtuale sulla scrittura di pietra
 

 
PROLOGO
   
Tutto ebbe inizio...
dal luogo delle parole. Questo era il titolo del racconto.
     Iniziò nel Maggio del 2004, come progetto, e restò nel cassetto per tre anni, finché non venne in mente di riprenderlo e di costruirci sopra una storia.
Il personaggio Alber(t)o aveva ripreso ad agitarsi nella testa e a spargere intorno quell'irresistibile voglia di muoversi attraverso parole e immagini.
Il racconto, fondamentalmente ancorato alla realtà, si articolava in tre fasi:
la partenza del protagonista dal luogo della sua prima infanzia;
l'arrivo in una nuova, ipotetica, residenza;
il ritorno nel Luogo che si apprestava a lasciare.
La partenza avveniva nella notte del 31 Dicembre del 1966 ed il protagonista, Alber(t)o, all'età di quattro anni, iniziava il suo viaggio.
Gli altri elementi del racconto sono l'automobile di famiglia, una vecchia millecento di colore nero, che attraversava buona parte della provincia per raggiungere il nuovo domicilio; il Luogo delle Parole, vale a dire ciò che Alber(t)o si lasciava dietro le spalle insieme ai ricordi; i genitori del protagonista; la certezza di un ritorno.
     Con il passare del tempo, Alber(t)o cresceva nella mia mente, chiedeva sempre più insistentemente di predisporre per questo nuovo racconto, la possibilità di un'evasione dal reale  e  quindi di proiettarlo in un altrettanto, assorto, mondo parallelo. La sua data anagrafica, ora, si era spostata sui quarantacinque anni, dimostrando la disponibilità ad un dialogo maturo e consapevole. Aveva messo da parte le nostalgie sebbene continuasse a sentire un forte legame con la sua famiglia ed il trascorso personale.
     Oltre ad Alber(t)o anche altri personaggi reclamavano la loro presenza nel racconto, in special modo, due figure femminili Thea e Chiara.
Il protagonista continuava a saltellare come un folletto nella mente. Si affacciava di tanto in tanto e sostando attirava la mia attenzione sull'esistenza di luoghi geograficamente collocati sull'estremo est della terra d'Otranto. Raccontava di suo zio Guido che a sua volta gli avrebbe detto: "C'è un luogo... dove i fiori nascono tra le mani e hanno semi che colorano di blu i nostri bisogni". In questo modo Alber(t)o, discretamente, mi suggeriva un altro personaggio, lo zio. Ora anche lui reclamava la sua parte nel racconto sostenendo la presenza di un tempio già della dea Tanit, poi divenuto di Giove ed ancora, successivamente, trasformatosi oggi nella cattedrale di Otranto.
 Aggiungeva che, a breve distanza, vi era la residenza dei monaci italo-greci nel monastero di Càsole. Descriveva gli edifici strategicamente collocati e segnati da percorsi di terra e d'acqua, nonché eretti prospicienti il mare con bene in vista le coste montuose d'Oriente.
     Di Càsole, lasciato prosperare dai normanni per ragioni forse politiche, continuava dicendo di un centro monastico fra i più importanti d'Occidente per la presenza di uno scriptorium in cui, per lungo tempo, sino alla distruzione dello stesso per opera degli ottomani, ci sarebbero stati manoscritti di importanza teologico-filosofica inaudita e codici miniati con fregi ornamentali di particolare fattura.
     Del primo edificio, oggi cattedrale, suggeriva di un immenso albero, cosmogonico e antropologico, mosaicato sulla sua pavimentazione; rappresentazione della forza universale di natura femminile, così come voluto anche dalla mistica Indù. L'idea, suffragata dalla presenza della dea Diana alla quale era consacrata la quercia di Dodona, consisteva in un albero da intendersi come l'asse del mondo capace di tessere ed unire tutte le religioni e non ultima la capacità di accedere alla conoscenza fin qui nascosta dal buio del mistero divino.  Fu nel suo tronco cavo che trovarono riparo dai nemici i Dioscuri ellenici e lo stesso era inteso come il grembo della dea madre: fu la dea Atena a portare un truciolo della quercia di Dodona per salvarli dal naufragio. A corredo dell'albero, sosteneva, altre due rappresentazioni laterali dello stesso con le raffigurazioni straordinarie dell'inferno ed ancora l'avvicendamento cosmologico con la presenza di sedici simboli nel presbiterio.
     Di Dodona raccontava che sorgeva presso la popolazione dei Pelasgi, un antichissimo popolo della parte meridionale della Tessaglia ed ancora di Dodona, diceva di un suo oracolo dedicato a Dione o Dia e di una fonte sacra il cui mormorio delle acque unito allo stormire delle foglie della quercia dava occasione di responso della divinità tramite apposite sacerdotesse. Aggiungeva che tutti gli oracoli erano pronunciati dalla Madre Terra prima che gli dei invasori patriarcali si impadronissero dei loro santuari.
     Concludeva affermando il particolare interesse della presenza del simbolo dei templari sulla facciata della cattedrale, di una tomba appartenuta sicuramente ad un monaco guerriero nonché delle rappresentazioni simboliche della mitica ricerca del Graal.
Informazioni, queste, che si intrecciavano, sempre più fitte, tanto da costringermi a continui ripensamenti e agli avvicendamenti dei vari personaggi, anch'essi, a volte, sfumati nel nulla e per niente accondiscendenti alla storia.
    Ad Alber(t)o restò insoluto, per molto tempo, più di un aspetto della vicenda che si apprestava a vivere nel racconto. Dovevo innanzitutto dargli un compito ben preciso e disegnargli un carattere, una disponibilità a dialogare con gli altri personaggi così come si sarebbero predisposti ad essere accettati  dalla mia mente.
Per far raccontare ad Alber(t)o una storia così come potrebbe essere, ancora per molti versi, incerta, frugai nei miei ricordi fra i fatti, le persone, i conoscenti o gli affetti più o meno vicini, che si erano fin qui avvicendati nel mio vissuto personale.
     Cercai di ravvivarne il ricordo ed estrapolarne un significato. Il personaggio, per quel che mi riguardava, doveva essere, una volta accettato nel racconto, come uno di noi tutti. Per Alber(t)o era necessario predisporsi disponibile ad essere attraversato da scelte, dubbi e possibilità. La certezza di contrasti a cui noi siamo soliti opporci, diventavano, per lui, il fine da raggiungere. 
     Il luogo dal quale dare inizio al racconto lo vedevo in un alone di luce morbida, simile a quello che accade quando si mescola in un bicchiere l'acqua e l'anice; simile ad una ragnatela che continuamente si avvolge e che tende a costruirsi un suo bozzolo. Desideravo descriverlo con uno spiccato odore di legna bruciata, lasciato da un caminetto appena acceso e poco propenso al tiraggio. Quel luogo d'inizio, lo desideravo con pareti avvolte in una luce ambrata e striate da vistose macchie d'umido. Alber(t)o doveva avvertire tutto questo e desiderare insieme a me questa atmosfera fatta di scricchiolii, di quell'infinità di rumori e di oggetti e di tutto ciò che in quel luogo poteva accadere, in lungo ed in largo. Lo intravedevo con uno sguardo accorto intento ad avvertire persino la necessità al dialogo ed ancora sollecito a selezionare, con erudizione archeologica, gli oggetti di cui ama circondarsi e accumulare con un ordine mentale piuttosto che fisico.
     Alber(t)o lo volevo anche molteplice nei suoi aspetti caratteriali, disponibile ad assumere valenze variabili e docile nella collaborazione dei fatti proposti. La disponibilità, così come da lui stesso reclamata, in una situazione proiettata in un mondo parallelo, doveva a sua volta servigli da ulteriore forza narrativa con la possibilità, come tutti i personaggi, di adeguarsi alle circostanze e di subirne le conseguenze.
     Anche Thea, si apprestava a porre problematiche destinate ad essere precisate e definite nel tempo. Mi arrovellavo sulla definizione della sua età.
     Era, questa, una scelta che andava coniugata con quella di Alber(t)o, ma si aggiungeva a questa opportunità l'indecisione,  nonché la ascrizione alle sue attitudini lavorative. Queste ultime, oltre ad essere attinenti con la storia, qualunque fosse stata, dovevano anche essere in grado di determinare gli eventi dell'intero racconto.
     Per l'età, probabilmente, andrò ad assegnarle una tra i venti e i trentacinque anni. Rilevante sarà il carattere e il suo vissuto personale. Quest'ultimo dovrà stridere fortemente con il contesto narrativo, ma è anche  determinante, per tutti noi, che possa essere accettato.
     Pensavo ad una "diversità", di quelle le quali, spesso, anche se frequenti, non sono sempre condivise dalla totalità degli individui.
     Consideravo Thea, anche per la scelta del nome, il personaggio chiave del mio racconto, capace di sconvolgere e determinarne gli eventi, ma non riuscivo ad incasellarla a fianco di Alber(t)o, così come mi era impossibile immaginarla in un qualsiasi approccio ai fatti che mi apprestavo a raccontare.
     L'aspetto, che di lei immaginavo bello e misterioso, me la faceva collocare in uno spazio al di sopra dello stesso racconto. Idealmente appartenente ad una sfera diversa.
 
     Il resto dei personaggi, probabilmente, ruoteranno intorno ad Alber(t)o e Thea.
     Ruoteranno intorno? Lo affermavo come se il ruotare fosse il movimento di un asse portante di un insieme, come se il tutto potesse scorrere liberamente perché già scritto e stabilito, previsto. Invece, niente di più incerto sta per  diventare questo  mio raccontare. Ancora una volta quest'enigma era da risolvere, restava anche da individuarlo nei contenuti e poi snodarlo dai suoi infiniti grovigli.
Lo zio di Alber(t)o, Guido, mi aveva lasciato un fortissimo indizio e l'opportunità di un canovaccio già predisposto, parlandomi di Otranto e dell'Albero della Vita; come tutte le certezze che avevo in quel momento, anche queste ultime mi apparivano e si dileguavano come i segnali di un faro da raggiungere. Un faro al pari della torre del Serpe,  solitario ed anch'esso enigmatico, affacciato sul mare otrantino che, come me, narrava la sua storia e quella di quel luogo coi suoi avvicendamenti. Sembrava, ad ogni alba, predisporsi a raccontarne degli altri.
     L'Albero con i suoi simboli, poi, si agitava nella mente e tendeva a sradicarsi del tutto. Mi consolava la sicurezza di possedere un contesto in cui solo Guido aveva un posto ben preciso per raccontarlo, e di lui l'idea, rimaneva nitida e chiara. Una la perplessità: la frase, lasciatami, sarebbe stata l'inizio o la fine del racconto?
      Il suo non-senso era indescrivibile, ma nel contempo dava, nei suoi aspetti metafisici, l'opportunità di ritrovare un dialogo comune con il quale sperare.  Di tutto il resto, anche in questo caso, acqua e anice.
     Nel tempo, il racconto divenne, prima, Viaggio multimediale, per trasformarsi in Viaggio Virtuale.
     Forzai la mente sul come incominciare, sul come cercare.
Finché. Ricordo perfettamente.
     Quanta indecisione ed imbarazzo, quanta carta, anche se riciclata, fu scarabocchiata per avere un'idea. 
     Anche l'incertezza ed il dubbio sono paralizzanti, azzerano l'azione.
     Il pensiero, come la stessa incapacità di agire, porta a non determinare con esattezza ciò che disperatamente t'angoscia, genera pessimismo e incapacità a dare inizio.
Questa instabilità emotiva ti annulla.  
 
Fogli bianchi
 
Ho deciso scrivo,
oggi, dispongo! 
E' il mio tempo ed impilo;
segno i fogli  e ne conto.
S'imbratta la carta,
cestino!
La parola sconnette
cestino!
Scorro a balzi
come secco pennino,
cestino!
Cestino!
E' rimbalzo d'inchiostro.
Cestino! Cestino! Cestino!
Ammasso, strappo, accartoccio.
Cestino!
Voglio scrivere, ma,
cestino!
Cestino!

       Ero certo di avere la soluzione fra le mani, ma non la riconoscevo; essa mi sfuggiva e assumeva continuamente aspetti e forme diverse.
     Ero consapevole di dover, a prescindere, conoscere l'inizio e la fine del racconto, ma non ne vedevo né i contorni, né i suoi contenuti.
     Intravedevo, soltanto, uno spazio vuoto, fluttuante e pronto ad accogliere il primo attimo della ideazione.
     Dovevo assolutamente trovare quel luogo dove si evade dal reale.
     Un posto come questo non poteva  non esistere.
     Occorreva, altresì, un dialogo attraverso il quale descrivere i luoghi visitati dalle parole.
     In questo dialogo era necessario far scaturire l'ideale del saggio e del buono al più alto grado.
     L'imperturbabilità di Socrate affermava: «Che cos'è la purificazione se non il separare l'anima dal corpo?».
     In questo caso occorreva separare il reale dal virtuale.

Scappo

Uso
colori estratti dalla mente
con pennello di seta
e scappo,
e, come pittore, sui miei passi,
disegno la via.

La tela, già bianca,
è ricordo,
è canto di poesie,
e, al buio del mio sole
è il silenzio
 
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