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<<< CAPESTRANO - narrazione di Francesco Pasca del Luglio 2008 >>>

Capestrano

Quella teoria di archi, ritagliati nella loro essenzialità, con quella fitta presenza di rosette regolari e non, cos’erano? Perché le stesse rosette presenti e sparse qua e là, persino sulla parete di fondo dell’abside?
Forse indicavano la rappresentazione di un cielo stellato al di là delle arcate?
Ora, tutto era rivolto alla ricerca di un qualsiasi riscontro oggettivo ad una mappa celeste. Quale?
L’impressione era che quegli archi, segnassero quantomeno le stagioni e che, ad ognuna di esse, le fosse stata assegnata una precisa mappa celeste.
Quell’ornamentazione a grappolo con racemi rievocanti strani frutti, cos’erano? Potevano rimandare ad un preciso periodo dell’anno? Quello di appartenenza alla natura degli stessi?

Quello strano animale con la coda ad anello, molto simile alla rappresentazione dell’undicesimo simbolo della cosmogenesi di Otranto: da quale contesto era stato estrapolato?
Quell’essere, così isolato, così ringhioso, al quale, per istinto, ne avevo riconosciuto un’appartenenza anche all’immaginario di Pantaleone, a qualunque contesto fosse appartenuto, ne faceva sicuramente un riferimento ibrido o nel migliore dei casi con attribuzioni particolari.
Ne poteva fare di esso solo un segno e non un simbolo? Queste, ancora, le mie domande.
E poi la sorprendente presenza di questa insolita scritta, non per quanto veniva riportato ma per la certezza che dava.
Mi accingevo a considerare che non di un reperto decontestualizzato si trattava ma di un approccio postumo, a posizione assunta, diretto con i conci della facciata. Di fatto era l’attribuzione all’immagine sullo stipite destro dell’arco.
Tutto ciò mi confortava per l’intuizione precedente. Alcuni di quei segni, lasciati qua e là sulle facciate dell’oratorium, potevano essere non dei manufatti riportati, ma delle vere e proprie impronte lasciate dallo scalpellino di turno, per avvedute ragioni.
Quel fare, di certo, non poteva restare con i soli perché, ma ricondotto altrove, in quell’immaginario ormai creatosi nella mia mente e perseguito con la stessa tenacia della maestranza nel comporre, e poi collocare, quei manufatti. La mia, sarebbe stata la stessa caparbia dovizia di quei particolari, portando massima attenzione a ciò che era stato eseguito, per poi trasferire, con tutta la sua carica emotiva, all’immaginario di appartenenza. Giungere all’animo di quel fedele visitatore del luogo.
Ecco allora che riordinavo i miei appunti e, mentalmente…

Alla chiesa si poté sopraggiungere dopo un lungo e tortuoso percorso, che si addentrava nel fitto fogliame di alberi di abete ed arbusti, per poi sfociare in un ampio spazio all'interno del quale, in posizione depressa, si estendeva l'oratorium, a noi mostrato all'arrivo, con la sua abside solcata dalle solite feritoie strette e strombate rivolte ad Oriente. Infatti, in alto, come a sottolinearne il cielo al quale si opponeva, la presenza, incastonata ed apparentemente apposta con noncuranza, di due rosette, una con sette petali ed un’altra, più in alto, con due ordini sovrapposti di cinque e dieci. Forse, la prima, rappresentava l’immagine di quella “stella” mattutina o Lucifero-Venere che appare splendente alle prime luci dell’alba o quella vespertina di Espero-Venere.
Potrebbe essere la Nostra “REGINA AUSTRI”?

E la seconda, a chi apparterrebbe? E’ forse Giove?

Sono certo che attribuissero enorme importanza all'apparizione della “stella” del mattino, per noi pianeta, ritenendola corrispondente con la levata eliaca dopo la congiunzione inferiore. Così come, in altrettanta considerazione era tenuta la “stella” della sera perché corrispondente con levata eliaca dopo la congiunzione superiore.
Era Alber(t)o che mi rammentava quella particolare posizione di Venere e Giove, luminosissimi nel cielo Aquilano accompagnati dalla costellazione dell’Aquila in Altair protesa ad Occidente affiancata dal Capricorno in quell’Equinozio d’autunno nel Settembre dell’anno mille.
Mi descriveva la morte annuale della natura e l’inversione di polarità delle forze cosmiche, accompagnata dalla rotazione simbolica della ruota magica del SATOR. Raccontava di quando la luce del mondo declina, di quando l’uomo inizia a percepire sé stesso come portatore di una luce invisibile, non soggetta a tramonto.
Tutto questo accadeva in quel equinozio di autunno celebrando l’elemento alchemico del Ferro dove gli Dei benedicono i progetti ostinatamente determinati alla formazione del sé. E’ sempre Alber(t)o che cantilenava ed io ascoltavo.

Erano le dee Madri, Grandi Madri, la Mater Matuta patrona di fecondità legata alla luna; così come erano le loro celebrazioni che s’univano in coro a descrivere la carola danzante col nome di:
Carmentalia - undici e quindici di gennaio
Matronalia - primo marzo
Liberalia - diciassette marzo
Veneralia - primo aprile
Matralia - undici di giugno

e poi ancora della festa della Fortuna Muliebris del sei di luglio e del primo dicembre. In particolare parlava del Matralia e di quell'undici di giugno a lui così vicino perché coincidente con il suo giorno di nascita.

Ricordava come, da un semplice calcolo, quello del periodo trascorso tra il Liberalia del 17 marzo e il Mastralia del 11 giugno, ci si potesse ricondurre ad un evento di 281 giorni, quaranta settimane, tante quante erano sufficienti per il tempo della gravidanza e riconfermare lo stretto legame astrale a quel ritmo biologico.

Parlava del ciclo di Venere, noto ai Maya e agli Inca e ne recitava il suo spazio di esistenza con la presenza del Sator come probabile somma di calendario lunare-venusiano così come voluto da Pantaleone nel descriversi con l’ottava icona della cosmogenesi otrantina, nonché solare e, così come, la loro concordanza con gli eclissi lunari, ne sottolineava, di ciò, la concomitanza con le comparse di Venere nel cielo.

Mi leggeva Ovidio (i fasti, 3, 459-516). In particolare i versi dal 509 al 516.
La storia di Bacco e Arianna diventava la danza delle parole su quel quintetto di pietra capovolto del ROTAS OPERA TENET AREPO SATOR:

« […] L’abbraccia e con i baci le terge le lacrime e “Andiamo,
le dice, tutt’e due insieme su nel cielo!
Tu che mi sei congiunta di letto unirai il tuo nome
Al mio e, trasformata, Libera sarai detta.
Farò che del tuo serto resti con te la memoria:
Venere da Vulcano l’ottenne e tu da lei.”
Detto fatto, le nove gemme si mutano in astri: ora quel serto d’oro splende per nove stelle. »

Fu così che mi raccontò della nascita della Corona Boreale, la costellazione, o una delle costellazioni, che segna l’ingresso della primavera e mi indicò quel blocco lapideo incastonato sul lato Sud con i quattro archi.
Nel quarto di quegli archi, chiare e leggibili le nove stelle.

Ora è Thea a rammentare e a sottolinearmi quell’avermi concesso l’I(DEA) all’inizio del mio percorso.
Il possedere quel gomitolo di filo di Tempo da sciogliere passo dopo passo, come già giovane Tempo, mi imponeva a seguirlo ora avanzando, ora seguendo a ritroso le tracce di quelle consonanti e vocali. In quel dedalo di parole su pietra, il mostro da “abbattere”, svelare, rimaneva quel PASCA già rimpicciolito da Pantaleone così come gli era stato raccontato dalle vicende di Marta e Maria di Betania.
L’albero della Vita si disegnava sempre più distintamente, lontano da quel chilometro mille, col dedalo dei suoi rami sulle pietre rovesce di S. Pietro ad Oratorium in territorio di Capestrano.
Quell’albero, frammenti di minuscole pietre, prendeva consistenza di cielo ed attendeva di essere svelato.
L’Arianna del mio Dioniso diventava la stella più brillante della Corona Boreale ed era l’Alfa, nata come gemma, perla.
Le immagini, che più di altre si rincorrevano come se avessero iniziato un loro gioco a rimpiattino, a nascondersi festose, erano, oltre alle stelle-rosette di cui ne avevo in qualche modo individuato il loro significato, quelle delle quattro arcate. Sebbene ne annusassi una loro supposta appartenenza ad un Tempo quadripartito nella scansione di autunno, inverno, primavera, estate, la sola appartenenza non ne restituiva l’opportuna giustizia alle mie, ancora vaghe, supposizioni. Quella scansione individuata, non mi era stata ancora resa accessibile all’individuazione della mappa celeste o a quelle stelle ad essa corrispondente.
Ecco allora ricorrere al mio cielo, quello osservato nelle serate fredde d’inverno, in quelle molto più tiepide primaverili, in quelle afose d’estate e fresche d’autunno.
Costellazioni perennemente rincorse dal Tempo e segnate magicamente da impulsi sospesi in migliaia di anni luce.
Distanze imprendibili fisicamente ma magicamente catturate come quei fili colorati che mi stavano intorno, le ritrovavo imbrigliate dalla mia fantasia.
Quelle stelle prendevano nome. La forma, percorsa da rette, disegnava la loro presenza assunta su improbabili piani e ne delimitava i contorni.
L’apparire di quei segni ora prendevano il nome di Equinozi e Solstizi.
Le celtiche erano le stesse che apparivano come horror vacui nel palindromo di Pantaleone. Quello che avevo individuato come racemi, strani frutti, altro non erano che il riferimento alla vendemmia settembrina e quindi ad una mappa celeste di un equinozio d’autunno.
Conoscevo il significato simbolico attribuito a quei racemi nella paleocristianità ma, in quel contesto, aveva da dire o da aggiungere qualcos’altro, certamente più mirato a quel contesto in cui era stato inserito.
Tutto, con il trascorrere del tempo, prendeva lentamente il suo posto. Quell’Equinizio segnato con la presenza sul decumano d’Oriente e d’Occidente, rispettivamente con la presenza delle costellazioni dell’Aquila, Cigno, Lira, Ercole e Serpente, con Giove nel Sagittario, diventava l’equilibrio del mio Tempo. Così come sul cardo, era proprio il Leone a dominare con Ceres ed ancora Marte, Venere, Saturno e Mercurio a Sud-Ovest nel segno della Vergine.
Ed ancora, a completare la mia visione, segnavo, scorrevo il mio segno con una linea retta che dalla Stella Polare percorrendo le Puntatrici dell'Orsa Maggiore, Dubhe e Merak, mi portava al cospetto della quinta costellazione dello zodiaco.
Quel Leone, da me identificato dalla falce della sua criniera e da Regolo, ne esaltava ancor più la sua lucentezza.
Ora è Dubhe, Ursae majoris ad essere una gigante gialla da me così vicina ma distante 75 anni luce. E poi ancora Merak, Ursae majoris un’altra stella bianca anch’essa così distante ed uguale a quella dei miei anni, 62 anni luce.
Questo meraviglioso intreccio di linee rievocanti le ruote posteriori del Grande Carro, divenivano segni di indici puntati in direzione della Stella Polare. Quella fiera, sorniona nel cielo di dicembre diveniva una delle più grandi figure della mia volta celeste e quell'immagine m’accendeva l'idea della sua grande forza rivolta ad occidente.
A cavalcioni del mio Leone, mi soccorreva Thea nel ricordarmi della sua posizione primaria quando le costellazioni furono create.
Quel solstizio d'estate era la testimonianza della suprema vittoria della luce sulle forze delle tenebre.
Già nel mio precedente racconto avevo dato notizia della sua posizione a causa della precessione degli Equinozi e a quel suo perdersi in favore del Cancro prima e dei Gemelli poi.
Io, intanto, a Maurizio continuavo a raccontargli di quella semplice operazione; 364:12=30,333. Ma quei resti, quel rincorrersi del numero tre all’infinito, condizionava qualsiasi risultato d’arrotondamento.

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Opera inserita il5 Dicembre 2008 • vista712 volte • con2 interventi (l'ultimo il 6 Dicembre 2008)

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