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<<< Quinto comandamento del satyagrahi - racconto di Edoardo Acotto  [Vecchi racconti 1998-2003]  >>>

In un articolo su Harijan del 25 marzo 1939 Mohandas Karamchand Gandhi stabilisce così il quinto dei sette requisiti del satyagrahi, il soldato nonviolento:

Deve essere astemio e non fare uso di nessun altro intossicante, perché la sua mente possa essere sempre lucida e presente a se stessa.

Diavolo, mi son detto quando ho scoperto questo dovere del satyagrahi: capita proprio a fagiolo! Infatti, quest’estate mi si è manifestata una fastidiosa intolleranza alimentare agli alcolici: se bevo, la lingua mi diventa subito bianca e patinata, mi pizzica la punta, mi dolgono le ghiandole del collo, gli organi del ventre iniziano a darmi fitte fortissime e roteanti da una parte all’altra dell’addome.

Siccome quest’estate stavo diventando nonviolento e studiavo molto Gandhi, mi sono detto che l’intolleranza alcolica era proprio un segno del Mahatma dall’aldilà, o direttamente del suo Dio-verità (Sat): essi mi volevano nonviolento e astemio.

In passato il vino e l’alcol hanno avuto un ruolo fondamentale nella mia vita. Al Collegio Ghislieri arrivai gravemente nevrotico e lì i nuovi amici mi fecero iniziare a bere seriamente, vino. La birra venne dopo, a Strasburgo. A quell’epoca non distinguevo bene tra vino e altri alcolici.

Siccome non potevo pagarmi una psicoanalisi avevo teorizzato l’alcolterapia. Poi avevo letto che Henry Miller alternava l’alcol all’esercizio sportivo (lo chiamava atletismo) e pensavo al bere come a un’azione molto fisica. Se mi ubriacavo, il giorno dopo andavo a correre, poi cercavo di stare un paio di giorni senza bere. Del resto il vino da pasto che c’era in Collegio era orribile, sospetto che il Rettore l’avesse scelto orribile per scoraggiare gli studenti dal berlo. Se lo bevevi, quel vino schifoso, dopo non riuscivi più a studiare per diverse ore, ti abbioccava. Così, praticamente nessuno lo beveva eccetto i miei amici ed io, che eravamo dei veri beoni. All’università più che altro ho imparato a bere.

Quando c’era una festa in Collegio, in qualità di matricola venivo inviato io dai miei amici per fare la spesa del vino: benché fossi ancora un igienista un po' anoressico, compravo bottiglioni di plastica da cinque litri che costavano tremila lire. Quel vino era sicuramente velenoso, contribuiva a dare un tono psichedelico alle nostre feste. Devo essermi bruciato un po’ di sinapsi bevendolo.

Di una festa estiva in particolare ricordo che a tarda ora eravamo tutti ubriachi e il professor John Crazyman ballava abbracciato a Leo e Max che gli lambivano l'orecchio con la lingua e gli davano bacini, cantandogli John, I'm only dancing. Il professore si divertiva moltissimo e rideva come un bambino solleticato.

Anche a Strasburgo bevevo con determinazione perché la fidanzata Elisa mi aveva lasciato e l’ex-fidanzata Irene si era proditoriamente messa con un altro. Ogni sera la bottiglia quotidiana giaceva nel mio lavandino riempito fino al foro di scolo: un filo d’acqua scorreva continuamente per rinfrescarla. Non c’era da fidarsi a metterla nel frigo comune a tutto il piano della Cité Universitaire: la bottiglia sarebbe di sicuro scomparsa.

Diego veniva da me: e dài, faceva, dammi un po’ di vino. Io gli rispondevo: compratelo porca miseria. Sapeva che dovevo bermi tutta la bottiglia da solo se no stavo male. Stai scherzando, faceva lui, ti bevi tutta la bottiglia da solo? Esatto, rispondevo, proprio tutta una bottiglia da solo. Ma poi almeno un bicchiere glielo versavo sempre, specie se sapevo che alla sera sarei uscito e avrei bevuto a iosa. Se invece sapevo che non sarei uscito e quello era tutto il mio bere serale, diventavo tetragono e non gli versavo quasi niente da bere.

A Diego in quei casi non versavo quasi niente da bere.

Quando hai la cirrosi epatica grave, il tuo stomaco non funziona più come prima. Il cibo non è più un'attrazione, non hai più appetito e sempre nuove qualità di alimenti ti disgustano. Mio padre Roberto, gli ultimi tempi che stava morendo di cirrosi epatica non poteva neanche più mangiare pane e pasta in abbondanza, perché aveva il diabete. Poteva quasi soltanto sorseggiare le minestre confezionate Knorr.

Per sua fortuna c'erano il vino e la birra: tanti bottiglioni di vino bianco, messi al fresco in frigo uno alla volta metodicamente. Da attingervi quando gliene venisse voglia, perché l’alcol è un veleno che te ne fa chiedere sempre di più fino a quando stai morendo.

Papà dormiva sempre più sovente sul divano in salotto, con la televisione accesa. Non lavorava più, giaceva sul divano, spesso durante tutta la notte, senza neppure toccare il letto che non lo faceva più dormire. Il fegato gli doleva? Mi han detto che è un organo privo di terminazioni nervose, ma stento a crederci... Quando papà si svegliava, l'istinto o l’angoscia lo precipitava in cucina a bersi un bicchiere. Che gli restava da fare, del resto, se non trascinarsi grasso verso il frigo per bersi un bicchiere di bianco fresco e poi ritornare a dormire sperando che ci si scordasse di lui?

L’ultimo anno che ho vissuto con mio padre a Cherasco, io lavoravo alla tesi su Gilles Deleuze, un filosofo francese postmoderno che è stato a lungo alcolista. Abitavo da mio padre perché lì c’era il computer. Vedevo spesso papà che rimetteva, ma in effetti rimetteva quotidianamente anche quand’ero piccolo. Quand’ero piccolo papà stava male perché la mamma lo aveva lasciato, e lui non riusciva a riprendersi dal colpo. Bevevo superalcolici e prendeva sonniferi come il Tavor. Poi diceva che per quello si era rovinato il fegato.

Mentre facevo la tesi vedevo papà mangiar poco e male, ma ai miei occhi lo aveva sempre fatto. In quell’anno di scrittura della tesi non ho visto i sintomi del male di papà perché i miei occhi erano gli stessi degli anni addietro, abituati a quelle viste. In effetti temevo che potesse iniziargli la cirrosi, ma proprio non riuscivo a sospettare che il suo fegato non gli appartenesse già più, non fosse più materia per così dire organica, che appartenesse invece già alla morte che lo attirava a sé, che stava per rendere mio padre morto.

Tutti i piccoloborghesi bevono. Nonostante la mia intolleranza alimentare continui, l’altra sera ho provato a bere di nuovo un po’, perché mi piacerebbe poter bere in santa pace qualche volta con Marta. Ma il vino mi ha fatto l’effetto di un liquido acido e di sapore cattivo.

Se è così, mi sono detto, allora posso farne a meno. Per la prima volta nella mia vita mi sono accorto che il vino non fa più parte di me. Alla fine non mi importa di quello che perdo non bevendo più il vino.

Non bevendo più il vino, ora io sto dalla parte del Mahatma Gandhi e del suo Dio-verità: adempio al quinto comandamento del Satyagrahi.

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Opera inserita il26 Febbraio 2009 • vista1133 volte • con4 interventi (l'ultimo il 20 Ottobre 2009)

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