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<<< La città fragile - documento di Franco Torriani del 1994 >>>
ARS TECHNICA
Seminario: QUEL ART POUR LA VILLE TECHNOLOGIQUE?
Parigi, 11 marzo 1994
 

 

LA CITTÀ FRAGILE

Franco Torriani
 

 

A proposito della tecnologia e nel contesto d'una riflessione sul tema della città, ho pensato a John Dewey che, nel suo libro Arte come esperienza (1934), suggeriva il superamento della separazione tra arte e scienza attraverso l'esperienza estetica.
Contro questa frattura tipica della modernità, Dewey combinava azione e prospettiva estetiche: l'uomo deve alterare la realtà...
Dewey diceva: "Gli uomini devono fare qualcosa alle cose quando essi desiderano scoprire qualcosa; essi devono alterare le condizioni".

Nulla di più sorprendente che lo sperimentalismo alla Dewey, ossia il saper vivere consapevolmente il presente in ogni circostanza, si ritrova nell'analisi di Mumford su arte e tecnologia.
Non si tratta di riconciliare l'arte e la tecnologia ma definire - dice Mumford - le condizioni necessarie di un'arte (nuova per Mumford) dove "i frutti della macchina" costituiscono l'ambiente naturale.

Noi ci siamo già arrivati, e da abbastanza tempo.

L'esperienza globale, quotidiana, spronerà la creatività individuale. Fin qui Mumford.
La città moderna è il classico incrocio della rete, il luogo di mutazione antropologica dove l'artificiale diventa natura [1]. Città anti-Rinascimentale, dove non c'è posto per contemplare una natura che è continuamente modificata e integrata dalla tecnica.

Città senza spazio dove l'accentramento urbano è saturo, tra gli edifici, di elementi immateriali. Il messaggio di De Stijl, forse, si riattiva mediante la convergenza tra informatica e telecomunicazioni.
Nessun dubbio che le opere scaturite da questa convergenza, al di là dei modelli linguistici, abbiano   un'influenza sui comportamenti degli abitanti.
"De Stijl è la vita" ricordava Menna nel suo studio sulla prospettiva estetica di De Stijl e la parola arte perdeva il suo valore...

Ma non ci sono più motivi seri per dire, come facevano i moderni opponendosi alla tradizione: "Chi ci libererà dai Greci e dai Romani?".
La febbre di unità dell'artista di Camus si annulla nella constatazione che, forse sola specie vivente al mondo, un numero crescente e immenso di individui della nostra specie è sprovvisto di un habitat.

Ci sono delle città e (o con) delle bidonvilles. Quale arte per le bidonvilles, quand'anche   tecnologiche?
"La bidonville è una situazione di eternità precaria" [2] e, se un ritorno alla campagna non è prospettabile, i nuovi barbari, come li ha chiamati Rufin, vivono anch'essi in una "società dello spettacolo".
 

Il favellado, l'abitante delle favelas, a rigore possiede un habitat che "in circostanze abbastanza ben definite e che dipendono in modo particolare dalla sicurezza della proprietà, si trasformano entro una ventina d'anni in quartieri urbani" [3].
Il favellado, e così pure i più errabondi degli "abitanti" (senza habitat!) che compongono le plebe urbana in piena esplosione demografica, "contempla la ricchezza", come lo descrive Rufin, e d'altro canto il televisore è essenziale nelle bidonvilles.

Se il rapporto via via più problematico tra Nord e Sud non sostituisce verosimilmente l'opposizione tra Est-Ovest, c'è una "cultura dei poveri" che è valida a Rio come a Glasgow [4].

Si è concepita l'arte fino a oggi, come costruzione di una realtà altra, che rappresentava o simulava Nella città senza spazio della nostra era, tecnocittà caotica, fluida, sempre più incoerente e fragile, qualche cosa, oppure che trovava il suo valore in un sistema di segni.
l'arte dovrà forse occuparsi di adattare l'uomo più all'ambiente urbano che a delle costruzioni pure e semplici.
Si tratta di una prospettiva bionica: adattarsi all'ambiente, trasmettere dei segni, interagire in un ambiente dato...

 



[1] Filiberto Menna, Profezia di una società estetica, Roma, 1983, pp.113-115.

[2] Jean-Cristophe Rufin, L'Empire et les Nouveaux Barbares, Parigi, 1991, p.76.

[3] Analisi del ricercatore canadese Nicolas Reeves comparsa nell'articolo "Eloge paradoxale du Bidonville", di Jean-Loup Gourdon, Libération, 11 Febbraio 1994.

[4] Oscar Lewis, La famille Sanchez, trad. francese, Parigi, 1993.
Questo libro è stato l'oggetto di una analisi condotta da Rufin (vedi nota 2).
Per Lewis la cultura dei poveri è quella delle masse trasferite, destabilizzate... e che vivono in una situazione di dipendenza... (nel libro di Rufin, pp.78-79).
Rufin parla anche di arcipelaghi culturali, una civilizzazione che "merita almeno tanto quanto la civilizzazione razionale, tecnologica e consumatrice, di essere considerata come la maggior creazione di questo secolo...".
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Opera inserita il28 Febbraio 2009 • vista404 volte • con3 interventi (l'ultimo il 10 Maggio 2009)

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