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<<< Idolo di carta - racconto di Claudio Gulli del Marzo 2009 >>>

Mi piace molto camminare, spostarmi, ma più di ogni altra cosa amo stare ferma. Se potessi restare intere giornate da sola come adesso, in piedi, a fissare l’orizzonte davanti alla finestra della mia cucina, potrei dirmi davvero felice. Niente è più sgradevole del risveglio, per me. Quando una mente percepisce che il corpo a cui appartiene sente il bisogno di rilassarsi, di rigirarsi dolcemente nel letto ed invece dentro tutto freme e si ha la voglia di uscire con il solo pensiero, senza l’apporto delle gambe, quasi desideri non avere un corpo pur di non potersi muovere. A volte mi sembra che qualcuno si impossessi di me al risveglio, che si dissolva nel nulla il paesaggio fatato di desideri segreti per fare posto ad un omaccione di ghiaccio che decide cosa devo pensare, cosa devo fare. Allora apro gli occhi e mi ritrovo sola. Non mi dispiace affatto dormire da sola. Ricordo che quando dormivo con Tobia mi svegliavo spesso e non sopportavo la sua impassibilità nel dormire. Mi faceva rabbia pensare che lui si godeva ancora la pace del sonno mentre io ero già immersa nella trance insopportabile della vita.

Per lungo tempo non ho desiderato altro che essere un corpo tra i corpi. Volevo che di me si occupassero gli altri, volevo concedermi con il massimo sforzo possibile e totalmente alle persone amate. Poco importa se a loro non piaceva, era la mia forma di possesso del mondo. Qualcuno si accorgeva presto che il mio ricatto diventava in poco tempo insostenibile e mi abbandonava quanto prima. Altri, forse i più ingenui, forse i malpensanti, provarono ad approfittarsene, senza prevedere che chi si concede per amore non fa una piega davanti ai soprusi che patisce, li accetta finché il carnefice non si stanca della sua violenza. Altri ancora, stupiti del dono immenso che gli facevo, esercitavano una forma di religioso rispetto che solo lontanamente si avvicina all’amore. Imparavano la mia arte di amare, abbandonavano tutto ciò che possedevano e cercavano in me le cose a cui avevano rinunciato. Questi erano i primi a stancarsi: spaventati della loro vuotezza nuova, rispecchiata nella mia vuotezza vecchia, sparivano al comparire del sole. Tobia è stato uno di questi, ed è durato poco più a lungo del solito.

Forse l’amore è stato l’unico sentimento che ho provato nei confronti del mondo. Mi sembra che non vi sia nient’altro oltre questo e quando incontro qualcuno incapace di amare non riesco a compatirlo, anzi mi viene da ridere. Tutto ciò che vedo mi risulta indifferente fin quando non ritrovo o scopro qualcosa che mi dilania, che mi brucia dentro come un fulmine senza lasciarmi il tempo di pensare o capire. Ecco, poi sento che il bruciore divampa e io mi restringo sempre più, mi riduco a materia insensibile, davanti agli occhi della persona che sono costretta ad amare. Il mio corpo, simile a poltiglia molle e morta, un cadavere bruciato, ora non mi appartiene più, è il dono che devo offrire all’altro.

Allo specchio, i muscoli, la pelle, gli occhi degli altri, accanto ai miei, mi hanno sempre sedotto. Io mi vedo deforme, ruvida, anche se tutti mi riempiono di complimenti e la cosa sotto sotto mi lusinga. Per la strada, il passo svelto, deciso dei passanti o di chi mi accompagna non riesco a seguirlo, mi confonde e allora devo fermarmi e spesso i miei amici ridono oppure ricevo un bacio che è una scossa, come se bastasse quello per farmi continuare a camminare e esistere. A letto, mi stupisco della coordinazione perfetta di certi uomini, delle sensazioni che riescono a darmi ed io, per non perdere neanche un pizzico del piacere di esser posseduta, evito il minimo movimento, resto immobile. Per alcuni uomini tutto questo è insopportabile, per altri questa situazione rappresenta una soddisfazione incomparabile: si sentono in diritto di fare di te ciò che vogliono. È esattamente ciò che cerco e pretendo anch’io. Improvvisamente, il disgusto per il mio corpo mi passa, si trasforma in qualcos’altro. Solo quando sono ferma, tra le braccia di un altro, esco da me stessa, abito il suo corpo, la mia materia si avvalla sotto il peso di lui, finalmente non esisto più.   

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