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<<< Un Luogo come conoscenza di sè - racconto di Francesco Pasca  [Privata]  del Maggio 2009 >>>

la memoria a breve termine

 

 

Spesso capita di raccontare strane storie. Il racconto in questi casi è come un rosario infinito di fatti, di parole dove ogni pausa è come un nuovo incominciare. Questo si adatta alla nostra fantasia e dell’altrui fantasia se ne fa servo. Il dipanarsi delle parole, dei versi, nel suo tessuto connettivo si stratifica e si rigenera come un dolce brulicare di cellule benigne, quello che comunemente chiamano narrazione.

Altre volte il racconto bussa violentemente e tu stai lì ad aspettare, a capire, forse a non comprendere, se ciò che provi in quella violenta manifestazione è la paura del suo volerti prendere o il perché sia lì accanto a te.  Vuoi conoscere, se non sei perso della ragione,  del perché abbia scelto te, del saperlo inutilmente presente perché non ti appartiene e preferisci convincerti che è lui a voler appartenere a te.

Sei lì a volerti chiedere,  se è in esso che è la voglia di entrare o di uscire da qualcosa, da qualcuno.

Sei frastornato che possa essere tu a non volere fare accedere, a non volere aprire o a fare uscire, scappare.

Ti domandi che non può essere “vero”, che non  sei tu ad aspettarlo o ad averlo chiamato. Di quell’attesa, con la tua disperata domanda, ne fai il tuo alibi e, ritorci le sorti di quell’evento, lo lasci attendere sino a sentirlo stanco, a sentirti stanco, a desistere, a farlo desistere.

Ci sono, altresì, racconti che ti porti appresso come il portasi nel portafogli un ricordo, che sei lì ad osservarli ad ogni occasione e aspetti di sentire quello stesso dipanarsi, quello stesso stratificarsi, quello stesso chiederti di entrare nella tua memoria o uscirne con nuovi significati. Anche questi racconti attendono. Anche in questi trovi mille pretesti. E’ con la scelta fra quegli infiniti appunti, gelosamente conservati, che vai a scovare l’ulteriore tuo alibi.

In quest’attesa: Nel racconto di fantasia sei tu il padrone. Per adoperarti, occorre solo e soltanto la tua disponibilità a dialogare con il niente che si fa tutto. Sei pronto ed operoso a predisporre pazientemente la griglia delle tue parole e dare senso alle cose.

Assisti con meraviglia ed incredulità al crescere di quel gomitolo.  Lo vedi auto costruirsi gradualmente e con amorevole affetto lo  riconduci a te con l’intento di prenderti parte di quell’automatismo che si è innescato nel crescere.

Lo ascolti nel suo rosario, hai bisogno di dargli spazio, di creargli un Luogo dove farlo crescere e morire. Ti affretti a dargli un nome. Spesso quel nome è il tuo ultimo legame con il reale. Comunque hai bisogno nella fantasia anche del reale, ti accorgi  immediatamente che, ancora una volta, la fantasia da sola non esiste, che la fantasia è l’alibi dettato dalla tua ragione. Già! La Ragione.

Della ragione, definizione inopportuna che non vorremmo ci fosse e che ci lega con il reale, mi accingerò a parlare.

Era questo che andavo cercando come motivazione di un racconto. Dare un Luogo alla Ragione. Per cui, ho deciso di riprendere quel portafogli e andare ad estrapolare il più significativo di quei Ricordi. Il mio amico Romolo, un tempo,  mi aveva fatto dono di quattro Memorie. Quattro sedimenti di una Ragione che sfuggono tuttora alla mia ed ai fili che li legano al Ricordo. L’avere segnato, scritto,  il proprio destino sul quarto di quel quaderno-ragione, sebbene da lui stesso, Romolo, anelato come Conoscenza e come necessità di un probabile raggiro alla perdita di una memoria a breve termine, che avrebbe segnato l’inizio dell’inesorabile disperdersi nel labirinto dell’oblio, per mè non sempre è fonte di tranquillità e pazienza.

Al contempo, così Romolo si esprimeva: "non è con il conoscere quanto scritto nelle nostre provenienze ed attraverso le pratiche divinatorie o travaganti assunzioni di -Sacri Veleni- sobillando la Ragione, che andiamo a riscrivere il nostro destino.

 [...]

 

 

Un Luogo come Conoscenza di sè

 

  

Nel Foyer  del teatro cittadino, dove non sei lì mai per caso, né come passante frettoloso  di raggiungere un Luogo, né a gironzolare annoiato per prendere un caffè, in una serata non particolarmente accondiscendente con chi di rumorosi dolori alle articolazioni ne ha tanti, vidi  Romolo o meglio Fiato, così amava chiamarsi. Era tanto che non ci si incontrava. L’amico che mi accingevo ancora una volta ad incontrare e con il quale avrei continuato un dialogo ormai perso nel tempo, non era uno qualsiasi, ma una parte della mia esistenza, una considerevole e partecipata accondiscendenza di me. Il sapere, dopo una sì lunga latitanza che sarebbe stato ancora una volta disponibile al dialogo mi esaltava e commuoveva tantissimo. Di questa mio stato d’animo avevo altresì deciso di non dargliene eccessivo conto, e mi ripromettevo di affrontarlo con la stessa noncuranza del come averlo visto il giorno prima, l’ora prima, l’istante immediatamente precedente all’incontro. Desideravo fargli riconoscere quella sua maniera di essere, sempre e comunque uno scontroso, sebbene ne riconoscessi, al contempo, la sensibile carica protagonista della nostra contemporaneità.     

In quel Luogo adiacente alla platea di rappresentazione, in questo caso, ero ad attendere pazientemente la presentazione di un nuovo racconto: “Tòpoi”.

Prima ancora di varcare la soglia di quel Luogo mi ero soffermato a leggere la locandina. Essere attirato da una scritta, da un colore, da un’immagine, è il dovere sacrosanto di un corretto rappresentato, al quale diamo nome  di grafica o messaggio grafico. Quel frammento di informazione, lo avevo già veduto in maniera distratta in grandezze variabili, la città ne era tappezzata ma, in prossimità di quell’ingresso, mi arrestai quel tanto da farmi incuriosire dalla traslucida bacheca all’interno della quale andai a leggere meno distrattamente.


[...]

 

Mai s’era incontrato un annuncio del genere, mai un Luogo Comune della parola aveva avuto bisogno di una siffatta nomina. Non era la causa di quel male  che attirava la mia attenzione ma quel vuoto che saltellava dallo stomaco di quel bambino alla testa di quell’anziana signora e poi ancora dallo stomaco di quella signora alla testa del bambino. Due vuoti-pieni differenti, il primo ad essere prontamente soddisfatto, colmato,  il secondo ad identificarsi come pieno svuotato.

Tutto si predisponeva all’assurdo come proposta di un evento, ma un altrettanto assurdo avvicendamento di fatti si disponevano nei normali meccanismi di produzione, di distribuzione e di circolazione della Parola.


[...]

     

Scavalcati quei Tòpoi coi gradini della mia immaginazione, con Fiato scambiammo le rituali frasi di convenienza, mi parlò dei suoi trascorsi progetti letterari, dell’ennesime vicissitudini riguardo l’impossibilità di pubblicare il suo ultimo “Sasso”. Così amavo chiamare i suoi libri e lui mi assecondava dicendo: “ i tuoi Sassi, anime mute alla ricerca della parola nominata”.

 

Inizialmente attribuivo quel nomignolo, Sassi, non solo alla sua "modestia-presunzione", ma anche al suo fare ruvido e distaccato, al non sapersi nascondere dietro un dito o nel considerare la sua "presunzione"  come un male indispensabile per differenziarsi dai qualunquismi di giornata.

Oggi, piuttosto,  e ne sono da tempo certo nell’assecondarmi, Romolo ha da attribuirlo come necessità alla mancata, a suo dire, progettualità  degli editori locali , degli artisti di giornata, dai prezzolati critici e non. A questa mia ormai certezza e alla sua stravagante e  conseguente noncuranza, aggiungevo e non gli rimproveravo affatto quel suo modo d’essere che ben si coniugava col suo apparire. Vedevo che se ne assumeva tutte le conseguenze e, a seguito di ciò, per niente preoccupato di quanto potesse a lui arrecare danno, aggiungeva, in modo del tutto involontario, la  capacità di lasciare agli altri, leggendoli, di far rotolare sui muri delle nostre anime quelle parole sino a smussarne quei tagli, quei ruvidi picchi.

Nell’affermare tutto questo, pensavo, credendoci, nell'ineluttabile tendente al certo di questo suo fare e a quanto Fiato potesse continuare ad accettare tutto questo. Riemergeva continuamente in me la consapevolezza di vederlo intento a predisporsi e a predisporre in noi quelle parole affinché, nella realtà, il tutto diventasse esso stesso Storia della sua e nostra Coscienza.

Ammetteva che tutto potesse rinascere e ricrearsi.  Era scontato, in questo modo, l’altrettanto ed inesorabile  riazzerarsi di qualunque Storia-Coscienza.

 

da EU-tòpos di prossima pubblicazione

un'anteprima - in omaggio.

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Opera inserita il31 Maggio 2009 • vista600 volte • con4 interventi (l'ultimo il 1 Giugno 2009)

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