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<<< Un fiore, che altro? - scritto di Antonella d'Ambrosio  [Briciole di vita]  del 2009 >>>
Non c’era, o almeno non quella mattina, motivo per non aver voglia di alzarsi dal letto: la stanza godeva del tepore immagazzinato durante la notte e dalla cucina faceva capolino un invitante profumo di caffè.
Ho sempre adorato il profumo del caffè, specialmente in inverno, quando stringere tra le mani una tazzina rovente riscalda d’un tratto tutto il corpo.
Tu mi stavi già aspettando da un pezzo, mentre finivo di sistemare i capelli litigando con le forcine; eri sempre pronto prima di me, nonostante io cercassi di svegliarmi presto per sorprenderti con la colazione già in tavola.
Vedi, nonno, ogni volta che vengo a San Severo, ogni volta che vengo qui , tutto mi sembra identico a com’era prima che tu….beh, prima. E basta.
Quella mattina, dicevo, avevo voglia di essere bella per te. Non che fossi una bambina particolarmente vanitosa, ma alle volte lo strano vizio femminile di passare le ore allo specchio giocava a mio vantaggio: mi avresti rimproverata se avessi perso tempo in altro modo, ma non avresti mai osato mettermi fretta mentre mi preparavo.
Anche oggi, sai, pensavo a te davanti allo specchietto del bagno. Ero quasi sicura che fossi tu a bussare alla porta, invece era la nonna che aveva bisogno di me in cucina: una volta affettato il pane e tirata fuori la carne dal freezer, sarei stata libera di passare a trovarti.
Il tuo nome, questa mattina, è più luminoso del solito. Forse è solo uno scherzo della luce filtrata da foglie più rosse delle altre…o forse è semplicemente così.
Sono in evidente imbarazzo: cosa faccio? Prego? Piango? Ti parlo?
Mi limito a guardare attentamente una macchia sul marmo, e a tenere gli occhi lontano dal tuo volto serio. Un fiore, sì, un fiore è quello che ci vuole. Comincio ad innervosirmi. Mi manca l’aria.
Mentre attraverso di corsa il grande viale che mi porterà all’uscita, sento che alle spalle non sto lasciando nulla: di te, lì dentro, trovo sempre meno; viceversa, una volta varcata la soglia del cancello verdastro, eccoti lì, nella vivacità delle nuvole, nel chiasso cittadino, appoggiato distrattamente ad un muro intento a leggere il giornale o a passeggio con le mani in tasca alla ricerca del pacchetto di sigarette che già sai di aver lasciato sul comodino.
Mi sono accorta di aver sbagliato strada, il mio ritorno a casa si sta trasformando in una lunga passeggiata senza meta, un po’ come quelle che facevamo alla sera.
Oggi, accidenti, quant’è bella San Severo! Sembra un dipinto appena adagiato ad una grande parete azzurra…colpa del sole, che nasconde i palazzi e li rende opachi ai miei occhi. Ti ricordi che effetto fa il sole negli occhi, nonno?
Mi viene spontaneo aggrottare la fronte, aguzzare la vista e concentrarmi su una panchina; la seconda a destra. Sogno ancora davanti alla cartoleria, anche se non più giocattoli ma libri. Il posto è il solito. Ma tutto è diverso.
Mi piace pensarti in una vita parallela, in una San Severo nuova che di quella vecchia porta solo il nome e le meraviglie. Mi piace così tanto pensarti che…ti vedo!
Fumi, maledetto vizio, e ridi con quel tuo amico che tanto mi stava antipatico ma che, per una volta, sono felice di incontrare. Vorrei tirarti la manica della giacca e chiederti di portarmi in villa, anche se sono di gran lunga più alta di te. Vorrei poterti chiedere mille lire per un ghiacciolo, vorrei poter sbuffare perché ti ostini ad attaccar bottone con qualcuno ogni cinque passi, e vorrei che tu mi dicessi di tacere cinque minuti perché sto facendo troppi capricci.
Non so fare nulla di tutto questo, nonno, ma ti vedo lì seduto, così maledettamente vivo e vero, che starei a guardarti tutta la mattina. Quando poi, dall’angolo, sbuca l’immagine di me bambina, ridicola con quegli zoccoli e quei pantaloncini, mi sale una voglia di allungare le mani e prenderti, portarti in giro con me sbalordendo tutti, fare di corsa le scale, dimenticando il fatto che nemmeno la casa è più la stessa.
Sento qualcosa vibrare in tasca, è un messaggio della zia: aspettano solo me per pranzare.
Maledico il cellulare perché si è portato via la mia visione, e mi impunto a stare ferma, nella speranza che tu possa tornare. Sulla panchina dove poco fa sorridevi è addossata una bicicletta stanca, evidentemente, di girare a vuoto.
Annuso le mie mani e sento odore di fiori.

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Opera inserita il23 Luglio 2009 • vista874 volte • con2 interventi (l'ultimo il 24 Luglio 2009)

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