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<<< La pietra e il destino - narrazione di Gianni Colombo del Settembre 2009 >>>

LA PIETRA E IL DESTINO



Le mie sono umili origini. Nasco in un paese rurale dopo la tremenda aberrazione di un conflitto innescato da una follia primitiva della quale ancora oggi si trovano testimonianze in altre zone del pianeta. La mia interiorità si è divisa tra la percezione della bellezza dei colori e profumi della natura e quella che vien definita realtà in tutte le sue aggressive manifestazioni come conseguenza di un'ignoranza che fatichiamo ad abbandonare.

Siamo nella Cameri della metà degli anni sessanta in pieno sviluppo industriale che sostituisce ai cavalli e ai carretti automobili che istillano in noi adolescenti mai più dimenticata passione e un onanismo immaginativo, e non solo, legato al femminile realimmaginato presente  sul sedile del passeggero mentre noi, alla guida, sconfinavamo verso poco battute stradine nel bosco protetti da fronde di querce e castagni soli testimoni dell'esplodere di una passione che successivamente veniva raccontata dal canto di uccelli e dal vento tra le foglie. Non solo le auto fungevano da stimolo ma anche altre innumerevoli situazioni, come ad esempio, la bicicletta ( le donne indossavano solo la gonna) ed il buio dei cinematografi. Ne avevamo ben tre attivi tutta la settimana tranne il lunedì. Uno comunale, l'altro della "Casa del Popolo Lavoratore" entrambi utili nel senso dell'immaginario mentre il terzo,  quello dell'oratorio era luogo sicuramente più difficile per la pratica. Essendo già in tenera età, esperti  ormonauti, dovevamo porre costante attenzione alla presenza del don Luigi sempre attento, nell'oscurità , alla posizione della mano destra e di quella sinistra per i mancini..Eravamo così costretti ad inventare molteplici e creativi stratagemmi per scongiurare i tremendi scapaccioni del famigerato e, come le attuali password, dovevano cambiare molto spesso per disorientare l'attento ed inflessibile nero guardiano. Per lo scopo ero personalmente deputato all'invenzione e tutti si  aspettavano da me nuove tattiche creative, come ad esempio, quella che prevedeva il recarsi in tre contemporaneamente alla “turca” stimolando l'attenzione del censore che come addestrato cane da caccia, prontamente ci inseguiva lasciando così gli altri liberi di operare velocemente con una certa tranquillità. A quella prima semplice tattica ne seguirono altre più elaborate che puntualmente riuscivo ad inventare grazie al forte potenziale creativo del quale l'Imperscrutabile mi aveva dotato. Competere però con don Luigi non era certo cosa semplice perché lui pure si era distinto per il forte potenziale creativo sopratutto nell'istante in cui aveva pensato di far nascondere il Galina, suo fedele servitore che poco prima ci aveva staccato i biglietti all'ingresso, direttamente nel cesso del cinema (non per eccesso di volgarità ma perché di tale proprio trattavasi) e lì... giù botte. Fu in quelle occasioni di resistenza agguerrita che mi guadagnai sul campo il primo epiteto di Artista, iniziando in quella adolescenza a manifestare i segni del Karma che avrebbero poi caratterizzato il mio futuro. Legge che ormai tutti conoscono.

Questo era il clima e l'umore che vigevano in quel non lontano passato, generatore di banali e al tempo stesso, fantastiche storie di vita quasi inconsapevole.

A quel tempo, il diventato poi, il "favoloso" Malasc nei ricordi dei testimoni sopravvissuti e di cui sono adesso voce narrante, si manifestava come un diciottenne di corporatura piuttosto robusta tendente all'obeso motivo per cui  solevamo deriderlo con metodi che la ruralità allora tollerava in quelle forme di cattiveria proprie di chi, aveva rifiuto o impossibilità culturale di crescita.
Diversamente da lui provenendo quasi tutti da famiglie poco abbienti eravamo di magra corporatura costituita solamente da fasce di nervi, quindi agili, scattanti e temerari sempre pronti alla fuga in qualsiasi situazione, non ultimi i tentativi di nostra madre di farsi restituire il resto della spesa che cercavamo di tenerci per il cinema ad esempio, per motivi sopracitati. La nostra indigenza ci dava enorme vantaggio sulla defaillance motoria del quasi obeso e gli scherzi nei suoi confronti si moltiplicavano fino al giorno in cui tutto ebbe fine a causa di un fatto rimasto scritto negli annali del pensiero vivente che procurò al Malasc l'epiteto di "favoloso".

Quel giorno per metterne a prova il coraggio affidammo al Julius il compito di provocare L'energumeno. Il Julius, oggi purtroppo già passato al di là del velo, aveva due anni meno di noi pestiferi ed era particolarmente sensibile alle sfide difetto che successivamente lo condurrà al prematuro trapasso. La frase che quindi usavamo nei suoi confronti era sempre la stessa:" non credo assolutamente che tu ce la possa fare!". La magica formula aveva come effetto quello di creare in lui profondo disagio e nervosismo che si evidenziava in lunghi battibecchi che comunque terminavano con la fatidica frase e a quel punto lui partiva a testa bassa ed eseguiva pedissequamente il pensato. Quello storico giorno, partì infatti fendendo il calore emanato dai sassi che in lontananza sfuocavano la visione, sulla sua bicicletta senza freni come quella di noi tutti perché troppo costoso il filo d'acciaio ed i pattini frenanti, alla volta della casa del Malasc sulla strada non asfaltata come la maggior parte delle strade in paese. Il particolare richiede menzione per i futuri sviluppi del drammatico evento del quale siamo stati testimoni.
Orbene, il temerario in brevissimo tempo, causa l'agitazione, giunge mentre l'oggetto della provocazione si trovava nell'orto per urgenti bisogni corporali ( a quel tempo di demenza si usava farla fuori mentre oggi preferiamo farla dentro casa come forma di raggiunta civiltà. interruptio iudicatio). Una simile mirabile occasione si presentava molto di rado e in quel caso dava al guerriero un non poco evidente vantaggio come nelle frequenti lotte la possibilità di scegliere il terreno che meglio si conosceva.
Il Julius lascia cadere a terra la bici e avvicinandosi al soggetto con fare sprezzante comincia ad apostrofarlo con termini adeguati come “spuzzoech, cagoech, cù bianch, purschè”(puzzone,cagone, culo bianco,maiale) complice la situazione particolarmente favorevole che non coglie però impreparata la vittima. Infatti incurante di qualsiasi forma d'intima igiene il Malasc si alza velocemente le brache, impugna una delle pietre di medie dimensioni, precedentemente approntate e tenute a disposizione e con movenze goffe esce in strada tenendosi i calzoni non abbottonati con la mano sinistra. La sua figura stagliata verso il cielo pareva essere di un'imponenza mostruosa e le rondini sospesero il volo, i cani si acquattarono mentre tutto sembrava precipitare verso un inferno sconosciuto. Il nostro guerriero sorpreso da simile inattesa reazione inforca prontamente la bici e si allontana a tale incredibile velocità da rendere non più percepibile il movimento dei piedi sui pedali, fatto che gli valse una certa distanza  non però sufficiente per la potenza di tiro del provocato. Il Julius aveva già percorso una ventina di metri lasciandosi solo polvere alle spalle quando il Malasc tende il braccio libero e con forza spaventosa scaglia la pietra che rotea come un meteorite e sibilando nell'aria centra in piena schiena con un sordo tonfo,il fuggitivo. Qui non saprei più descrivere lo strabiliante fenomeno fisico ma l'impatto provocò un' impennata con urlo e come il verro, quando è un campione , si erge sulle sole zampe posteriori durante la copula (cosa che nelle pratiche d'osservazione rurale fungeva da quasi iniziazione) il Julius sulla sola ruota posteriore va a sfondare  la porta del "Lucio Lignamè"(falegname) finendo la corsa direttamente sul tavolo da piallaggio sotto gli occhi sbigottiti del lavoratore sorpreso dal tremendo rumore provocato. Poi il silenzio..e noi attoniti subissati da rapidi pensieri di morte, impossibilitati a qualsiasi movenza, ad aspettare cenni di vita che fortunatamente si manifestarono di lì a poco. Vedemmo così la vittima uscire a piedi ad incredibile velocità inseguito dal virulento falegname che impugnava un'ascia pronto a usarla mentre emetteva disumane urla che pronunciavano lemmi e giaculatorie ora irripetibili. Il Julius, dimentico della sua amata bicicletta, con potenza di gambe e con occhi  talmente arrossati da sembrare di fuoco,riuscì a raggiungerci per poi stramazzare a terra di dolore e fatica: vinto, sì, ma orgoglioso  per avercela fatta dimostrando che nonostante tutto aveva impugnato il coraggio a piene mani. Fu un eroe ma più di lui, per quel indescrivibile lancio e i suoi successivi eventi, il Malasc si meritò l'appellativo di "favoloso" e tutto il rispetto che ne conseguiva. Fu così che smettemmo le provocazioni e iniziò un'altra era, dove il soggetto in questione acquisì notevole sicurezza e stima in se stesso fino al punto di lambire il Mito per posteriori eclatanti azioni delle quali si rese protagonista.

Suo padre aveva una macelleria in città ed allora guadagnava piuttosto bene, al punto da essere abbiente. Questo non trascurabile particolare assume importanza primaria nel futuro svolgimento degli eventi...

Normalmente dopo aver consumato in tutta fretta una frugale cena eravamo soliti ritrovarci, nelle sere d'estate seduti sugli scalini della chiesa principale del paese che si trovava nella piazza ove avvenivano,quelli che per noi erano, straordinari eventi. Fu proprio  una di quelle sere che udimmo in lontananza un rombo superbo molto simile al rumore di un aereo a reazione al quale eravamo abituati data la vicinanza del campo Nato sul nostro territorio. Nessuno però riusciva a identificarlo. Su di noi scesero il silenzio e la domanda mentre il fenomeno si avvicinava sempre più provocando una certa inquietudine. E fu così che comparve una stupenda Ferrari 250 gtb  di colore intenso,gialla come i campi di girasoli, che dopo un'inversione con sgommata si fermò, col fumo che ancora usciva dalle ruote posteriori, davanti al "Municipale" il bar allora frequentato da esistenzialisti, abbienti, mitomani e da ragazze agghindate e seducenti che anelavano a queste categorie di attori sulla pubblica scena. Si aprì la portiera, passò quell'istante sufficiente a trattenere un respiro e con stupore collettivo ne scese il Malasc con tanto di completo di lino blu e cravatta intonata legata alla scapino, munito di occhiali Rayban (non sapemmo mai se originali o no) che gli rendevano la notte ancora più oscura e con movenze sprezzanti si sedette in quello che potremmo ora definire dehor (in realtà sedie e tavolini disposti a caso sull'acciottolato della piazza). Ordinò whisky on the rocks. On the rocks? Che cosa era mai? Il proprietario del bar,visibilmente imbarazzato si vide costretto a interpellare qualche erudito presente che tentennante suggerì il ghiaccio togliendo tutti dall'imbarazzo che si era creato.  Fu un evento di portata eccezionale e quando dopo essersi alzato il Malasc passò davanti a noi gli domandammo ove si stesse recando in quelle strabilianti condizioni. La risposta, già per me allora ovvia, fu che una modella, una figa, (inutile aggiungere l'aggettivo imperiale ) lo stava aspettando a San Remo ed era già sufficientemente in ritardo, cosa che per lui non poteva costituire problema perché comunque avrebbe raggiunto la destinazione in un'ora e un quarto non senza ansie giustificate, e non aggiungendo altro a questa stupenda sintesi partì di nuovo sgommando lasciando pensieri svolazzare nell'aria come coriandoli di carnevale sulla scia del bolide. Sapevamo, da quel poco che eravamo riusciti a incamerare alle elementari, che San Remo distava più o meno 200 km dal Paese!
Com'era accaduto per la tromba d'aria l'anno precedente che aveva scoperchiato tetti, ucciso animali distrutto fienili e campi maturi di grano, la gente ne parlò fino al venerdì successivo, quando s'udì un altro rombo simile ma non uguale al primo. Di nuovo la piazza si fece muta così come pure fecero i rumorosi grilli nella notte mentre noi ragazzi stringevamo le nude ginocchia con mani che ancora odoravano di terra. Questa volta comparve, sotto la fioca luce delle lampadine a filamento, un'incredibile Porche 911 4.2 nera infernale con tanto d'alettone svettante sopra le prese d'aria del cofano motore posteriore con fari che creavano sentieri sui quali nessuno, animale o umano avrebbe potuto camminare senza essere oggetto sacrificale e la scena si ripeté inevitabilmente con la variante del luogo dell'appuntamento: Ginevra, sul lago dove lo attendeva un fuoribordo bimotore, proprietà di un'avvocatessa di trentanni che oltre a quello possedeva un fisico che noi non saremmo stati nemmeno capaci d'immaginare. Ginevra. Cioè a due passi, per modo di dire. In Svizzera, o meglio, la Svizzera una sorta di Shambala occidentale ove tutto avveniva con semplicità in un territorio verde perenne con banche stracolme di denaro.
I ragazzi s'attorniarono al capolavoro tedesco mentre il Malasc altezzoso consumava il suo whisky ( questa volta pretese il bicchiere d'acqua a parte) e alla richiesta di essere portati a fare un piccolo giro la risposta fu che a parte la mancanza di tempo le nostre brache ancora umide di fieno appena tagliato avrebbero rovinato la pelle Connory dei sedili avvolgenti. Pelle Connory, mai sentita nominare !

Io rimasi immobile seduto sugli scalini della chiesa a osservare la scena con ancora nelle orecchie il sibilo di quella pietra e sopra di me uno stupendo cielo stellato che a volte lasciava cadere scintille di luce fino allo spegnimento. Capii che non era il mio mondo e mai lo sarebbe stato. Il mio era quello immaginato dall'ultima fila dei banchi delle elementari durante le lezioni mentre il mio sguardo sempre fisso alla finestra osservava ciò che mi aggradava pensare: la creazione di un mondo che non fosse quello vissuto.
Il terzo venerdì, sebbene in aspettativa, non si udì alcun rumore ma più o meno alla stessa ora della sera apparve su una Rolls Royce silver shadow con interni rossi fuoco ovviamente a capote abbassata e l'appuntamento stavolta era in un Nigth a Lione, il centro della grande Francia, cosa da niente, ma quella purtroppo fu l'ultima della saga del mito.

Il Malasc era all'apogeo del possibile pensato e l'ultimo venerdì invece del rombo o altro del quale eravamo in attesa, s'udirono delle insolite e spaventose urla disumane. Il paese e noi tutti accorremmo nella direzione e la scena che si spalancò ai nostri occhi fu ridicolamente agghiacciante. L'energumeno del Macellaio padre, con occhi fuori dalle orbite ed enormi vene ingrossate ai lati del collo inseguiva con un coltello da scannatoio il figlio urlando come un ossesso fuori da qualsiasi controllo e le minacce, come anatemi, erano di esecuzione immediata di una giustizia personale sotto forma di pena di morte. Il Malasc affannato e terrorizzato fuggiva tra le corti del paese mentre non bastavano le suppliche dei saggi a far desistere il padre. Dovettero intervenire i vigili ed il maresciallo in uniforme visibilmente indossata in fretta e furia, e tutto riprese l'apparente scorrere normale del tempo.

La verità è quella che si vede?
Sì, è anche quella che si vede. Ma se fosse solo questa anche l'universo non esisterebbe, come forse non esiste.

Un'altra verità era che, circa un mese addietro le fantastiche apparizioni, era stato denunciato un furto spettacolare alla macelleria  nel quale era stato sottratto tutto l'incasso della settimana che sarebbe servito per acquistare nuove bestie da macellare. Nessun apparente colpevole e nessuno scasso, il denaro si era volatilizzato e la cifra era consistente per i tempi. Cose da non credere! Di solito i furti che da noi avvenivano, riguardavano al massimo i polli o i conigli, fascine di legna o granoturco, ortaggi e frutta nella stagione estiva ma niente più. Quello era dunque un grosso colpo messo a punto da seri professionisti.
Ma nella villetta con orto dove abitava il nostro eroe, proprio il giovedì precedente la fine della  storia, si ruppe la vasca superiore che conteneva l'acqua per il water. L'acqua non scendeva o scendeva male. Non che questo fosse un grosso problema date le abitudini rurali ma un'eventuale presenza di ospiti avrebbe potuto mettere in seria difficoltà la famiglia procurandogli la cattiva figura che non poteva essere tollerata. Il macellaio chiamò mio padre idraulico e lattoniere ed io con lui andammo ad eseguire la riparazione con successo e non senza difficoltà. Quando il macellaio lo interrogò sulla causa del guasto, mio padre disse che non era stato niente di particolare fuorché un mazzo di chiavi che si trovava all'interno della vasca e che ostruiva il condotto. Strano ci era apparso il fatto che fosse proprio lì a quella altezza e probabilmente non vi era caduto accidentalmente. Quando il macellaio lo vide si fece prima bianco in volto e poi rosso bordò:  quello era il mazzo di chiavi che apriva le inferriate e la porta della macelleria! Aveva capito tutto. L'uomo riusci a pronunciare una sola semplice ed efficace frase: Mi la mazzi (lo uccido). In tutta risposta mio padre, annuendo con la testa come segno d'approvazione replico con: l'è l' ùnica roba da fé (la sola cosa da fare). Quelli erano uomini che sapevano immediatamente come comportarsi non possedendo al loro interno, dubbi educativi. Da lì le indagini si semplificarono molto e il caso fu definitivamente risolto a coltellate. Inoltre tutti quei venerdì qualcuno aveva visto il Malasc passare vicino alla cascina "Margatich" in bicicletta, sulla strada di campagna che, in alternativa a quella provinciale, portava in città. La confessione venne estorta in cambio della vita e fu quella che segue.

Alla stazione depositava la bici e con una borsa di pelle in mano,prendeva il primo treno per Milano centrale che dista da noi una quarantina di chilometri. Durante il tragitto, non senza difficoltà, si cambiava d'abito nella toilette dalla quale usciva rinnovato e profumato.  Andava poi alla "BestAuto"( mi sembra fosse questo il nome) dove affittavano auto di rappresentanza e col malloppo sottratto grazie alla copia del mazzo di chiavi che era riuscito a farsi fare, il gioco diventava semplice e bastavano poche ore.
Saliva sull'auto noleggiata e, a velocità ridottissima per non consumare dovendo pagare oltre l'affitto anche il carburante, percorreva sognando e fischiettando come pettirosso, la distanza che lo separava dal paese. Quando arrivava alle prime case si fermava e dopo un attimo di contemplazione sulla strategia da adottare, tutto gli appariva chiaro e trasparente come l'acqua dei ruscelli che scorrevano nella nostra campagna. A quel punto e dopo adeguato esercizio respiratorio per non tradire alcuna emozione, inseriva la prima marcia ed entrava a sei/settemila giri in quella laconica e immobile piazza. Poi ritornava a Milano con la stessa tecnica, consegnava l'auto, riprendeva il treno, si cambiava l'abito, e poi con la bici ripercorreva le buie stradine accompagnato dal rumore delle pietre spostate dalle ruote e dagli indecifrabili suoni della campagna nella notte, attento a non essere visto.
A metà circa del percorso si fermava.
La bianca strada sterrata illuminata dalla luna era di pelle Connory, la silhouette dei pioppi, invece, stupende ragazze in gonna corta superbamente erette sopra scarpe col tacco, le lucciole scintillanti erano luci di Ginevra viste dalla collina e il cielo enormemente stellato, inutile dirlo, lo stesso di San Remo mentre la bicicletta sulla cui forcella usavamo mettere un cartone piegato in due e fermato da un becco per stendere i panni creava un rombo da settemila giri al minuto. Così, con mano nervosa che muoveva l'aria stagnante di quelle afose estati, avveniva la stupenda congiunzione in solipsistico amplesso e l'onanista in pieno godimento spirituale poteva ritornare soddisfatto alla sua abitazione con orto nella quale si rintanava per tutto il fine settimana. In stretta compagnia del Dio Vishnu, signore dell'immaginazione creativa.

Dopo quel fatidico ultimo venerdì il Malasc lasciò il paese forse alla volta di Oxford per perfezionare una formazione autodidatta o forse alla volta di Milano Lambrate nella zona del leggendario Vallanzasca. Il che, per identico motivo, non differenzia le due cose.
Io me ne andai anni dopo, all'età di diciassette anni.
 
Di lui non si seppe più nulla fino al giorno in cui venimmo a conoscenza del fatto che, dopo estenuante inseguimento sulle strade tra Como e Chiasso da parte delle pantere della polizia e della finanza, era stata bloccata una rossa Alfa G.T. 2600 elaborata Conrero che aveva il baule stipato di denaro contante destinato alla Svizzera verde. Lo trovarono alla guida emaciato e matido di sudore. Scese con una mano alzata mentre  l'altra toglieva dal volto abbronzato dal sole di Milano Marittima, dei Rayban, questa volta forse davvero originali. Anni dopo uno sconosciuto lo attese sotto casa con una Beretta ma come nell'occasione della pietra non si fece cogliere impreparato e nella colluttazione partì il colpo che gli trapassò una mano. Il resto lo ignoro. 

Grande Malasc, una pietra un destino!

Il Julius, l'eroe, da tempo non frequenta più questo pianeta avendo perso la sfida con un minuscolo virus.
Allo stesso modo, con dinamiche essenzialmente uguali, io decisi di fare l'artista  inventandomi originalità di ruoli e creazioni.

Oggi non riconosco più il mio paese se non nella vaga struttura architettonica della piazza. I campi sono industrializzati ed i prati verdi intenso sono quasi del tutto scomparsi così come i ruscelli che li attraversavano. I boschi stanno morendo a causa delle polluzioni di centinaia di aerei che vi transitano sopra. Il fiume non è più balneabile né tanto meno azzurro e, quelle rare rogge che ancora oggi ci sono trasportano indefinibili schiume che hanno portato alla scomparse di carpe e di arborelle cibo pregiato di un tempo. Rimangono il Céch Muna un po' sciancato a causa dell'auscià dl'asu, un calcio dell'asino ricevuto in gioventù ed il mitico Gatasca, “ gatta selvatica”, a conservare, nei Tantra dell'oralità popolare l'idioma dialettale che uso nello scambio di sms tra me e Paolo, altro volto di pandemia, mandando in bestia Echelon che non riesce a riconoscerlo. Ma queste sono piuttosto magre soddisfazioni.
Il mio paese sopravvive in un'immagine che lentamente sbiadisce schiacciata da tonnellate di inutile cemento e non è più quello di una volta ma del resto non lo sono più nemmeno Tronzano, Scalenghe o l'appennino tra Parma e La Spezia, luoghi un tempo frequentati da uomini straordinari oggi confusi nel coacervo di una metropoli che peraltro ha il suo fascino ma non quello. I mondi cambiano velocemente i significati e di conseguenza le vite stesse.
La vita cambia; gli umani, può darsi; mentre gli universi e la miseria, in entropia o entalpia, rimangono sostanzialmente gli stessi.

Circa quindici anni fa, al ritorno da un convegno, mi ritrovai a passare da quella piazza e casualmente incontro il Marcél, figlio ventenne di un'esistenzialista dello scomparso bar Municipale, già allora dedito all'oralità popolare e oggi bravissimo compositore col quale continuo a collaborare anche nelle cene di discernimento sulla categoria del vino (bunisim, boch e spoe beu:ottimo,buono e si può bere) senza assolutamente contemplare l'ipotesi del malvagio, come da sapienzialità ricevute. Insieme, come era uso un tempo, ci fermiamo sugli scalini della chiesa a chiacchierare seduti sulla notte deserta e silenziosa.
Quando, con nostro incredibile stupore, ecco che compare il favoloso Malasc in bicicletta e ciabatta che ci apostrofa con citazioni colte salutandoci come il Timothy Leary e l'Edna st.Vincent Millay di Cameri, retaggio della sua formazione Oxfordiana o lambratese se si preferisce, e noi beneficiati da questa presenza non siamo riusciti a trattenere la doverosa e circostanziale domanda:”Ma dove sei stato tutto questo tempo?”
“Mi sono ritirato a Montecarlo e ora sono qui a rilassarmi perché non potevo più fare la vita. Non facevo nemmeno in tempo ad abbassare la capote della Rolls che avevo tutti addosso e non potevi viaggiare a più di trenta chilometri l'ora causa l'ammassamento di buzzurri che si è creato in Cote d'Azur che non è più quella di una volta!”
Noi ci siamo seriamente guardati consolandoci del fatto che tutto muta mantenendo identica essenza.
Montecarlo o la galera a postumi sono l'identico luogo.

L'ultima cronologia è di non molti mesi fa. L'ho incontrato sempre nella piazza a sessantatreanni, veneranda età di un principe, sempre a cavallo della solita bicicletta e manco a dirlo, con la solita ciabatta, di ritorno da Londra. Fa di lavoro il Manager dei Queen e di Katia Ricciarelli. Ero in compagnia dell'ultimo fratello che mi è rimasto e dei suoi amici pensionati, oggi unici frequentatori diurni dell'agorà, a ricevere sapienze delle quali mai smetto di nutrirmi quando possibile. Si dà il caso che quella mattina, tornando in treno da Torino, avessi letto proprio la notizia che la Ricciarelli si trovava in Giappone. Come mai Lui era qui? 

“Ma secondo te, perdo tempo in queste cazzate? Ho mandato lì i miei scagnozzi, gnurant !” Esauriente e sintetica risposta alla mia provocazione in linea al modo in cui dovrebbero essere le fast mail secondo alcune addette al settore.

Gia! Ecco nascere un nuovo  Koan occidentale:
perché sprecarsi come spesso ci capita ogni giorno di fare?
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Opera inserita il10 Ottobre 2009 • vista576 volte • con1 intervento (il 10 Ottobre 2009)

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