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<<< La Città che vogliamo - documento di Enrico Bettini del Settembre 2010 >>>

Manifesto


per il coordinamento delle espressioni organizzate dal basso

LA CITTÀ CHE VOGLIAMO

1.    E’ la città della solidarietà, alternativa a quella dell’ estraneità che ha contribuito alla disgregazione sociale attuale, della mobilità sostenibile, dell’accessibilità per tutti.
2.    E’ la città della ricerca e della conoscenza, della sperimentazione dello sviluppo energetico nel totale rispetto dell’ambiente e dello sviluppo economico rivolto al benessere di tutti i cittadini.
3.    Risponde ad un modello organico, fatto di integrazioni e permeabilità, alternativo a quello funzionalista fatto di separazioni con interventi in altezza e infrastrutture, indipendenti tra loro e povero di socialità e coesione urbane.
4.    E’ improntata alla ‘normalità’ di un’architettura civile condivisa, contro la singolarità e l’esibizionismo portati all’eccesso perché mossi da ragioni di mercato
5.    La sua guida e la gestione di ogni suo processo di trasformazione devono tornare in mano pubblica  sottraendo il territorio alla logica di mercato, alla logica della speculazione sulle sue oscillazioni di valore : il territorio va riconosciuto e regolamentato come bene di tutti
6.    E’ la città che si ricostruisce su se stessa risparmiando territorio, vietandone ulteriore consumo, sostituendo quest’ultimo con il riuso degli edifici e delle aree dismessi o inutilizzati grazie al preventivo e rigoroso censimento del parco urbano esistente
7.    Si oppone alla rendita fondiaria urbana attraverso un complesso legislativo – normativo – procedurale: dall’iniziativa finanziaria pubblica, alla riforma degli strumenti urbanistici (a partire da una nuova legge nazionale), al controllo della qualità progettuale (Team garante della Qualità, Supervisore dei progetti, Coordinatore dell’esecuzione con giudizio indipendente dalle S.T.U)
8.    Si qualifica attraverso i suoi luoghi pubblici, si armonizza attorno ad essi e si identifica nella priorità assegnata a tutti gli interventi di pubblico servizio facendone precedere la realizzazione a quella degli insediamenti residenziali  così come reso evidente dal preventivo e rigoroso censimento di tutti i servizi collettivi mancanti
9.    I suoi quartieri periferici, oltre a non soffrire di alcuna restrizione delle reti di servizio pubblico e privato, sono organizzati per poter godere di una vita pubblica e sociale appagante grazie alle strutture culturali e di svago in equilibrata competizione con quelle del centro.
10.    Lo sviluppo e l’evoluzione architettonici saranno nel pieno rispetto della conservazione del suo patrimonio storico-artistico, della sua memoria, del suo paesaggio (art. 9 costituzione, Convezione UE) e dell’ambiente naturale in cui la città è inserita.



1.    La città che sconfigge la rendita solo per pochi

“Il suolo al pubblico, la casa al privato”: forse è giusto ripartire da questo celebre -e non certo recente- assioma.  La rendita è un problema più politico che economico. Non bisogna più dar credito alla motivazione, addotta dai politici, per sottomettersi agli interessi del capitale privato (quella secondo cui l’ente pubblico non ha i soldi per acquisizioni di territorio e realizzazione di servizi). Non si capisce, infatti, perché la Pubblica Amministrazione non possa fare la stessa operazione che fanno gli immobiliaristi-finanzieri quando contrattano i prestiti con le banche (per acquisire, dotare di servizi e rimettere sul mercato, ad es.). Prestiti con cui i privati liquidano gli interventi e con cui incamerano enormi plusvalenze grazie all’aumento di valore conseguente agli interventi edilizi. Plusvalenze che deve poter incamerare -anche e soprattutto- la Pubblica Amministrazione che è quella che, in definitiva, è la prima promotrice dell’aumento di valore dei suoli con le sue politiche di trasformazione del territorio a partire dall’insediamento dei servizi collettivi. Ma la P. A. deve cessare di inseguire la politica dell’urbanistica contrattata se vuole affermare e tutelare il primato dell’interesse pubblico. E’ l’unico modo per cessare la svendita del patrimonio pubblico che è -e deve restare- a garanzia del perseguimento dell’interesse della collettività.
L’interesse privato va riconosciuto ma ricondotto nel giusto alveo, all’interno del proprio ruolo e delle sue legittime aspirazioni. Il tasso di giustizia è dettato dalle scelte consapevoli, ed il tasso di libertà è dettato dall’iniziativa che i singoli, i gruppi, le istituzioni sanno intraprendere per concorrere all’interesse pubblico, al bene comune, ad un’economia generale del sistema urbano che sia vantaggiosa per tutti sottraendoci  definitivamente dal condizionamento della massimizzazione del profitto, per pochi, per via essenzialmente finanziaria.
Dunque, occorre un grande cambiamento: si gettano le basi della fine della speculazione territoriale ed edilizia invertendo l’attuale tendenza per la quale tutto il sistema politico, economico e giuridico è a favore della rendita oggi esclusivamente privata. Si tratta, invece, di riprendere il giusto principio con cui arrivare alla separazione tra la proprietà del suolo e il diritto di edificazione su di esso.


2.    La città per tutti i redditi

La città deve innanzitutto rispondere al diritto alla casa per tutti i suoi cittadini. Il progressivo sbilanciamento dell’iniziativa in mano private anziché pubbliche ha comportato il sostanziale blocco delle locazioni penalizzando soprattutto le fasce sociali più deboli.  L’obiettivo dovrebbe essere quello, invece, di riservare il minimo del 25% dell’offerta di edilizia abitativa al sociale cioè di alloggi per i redditi che non possono permettersi gli affitti del mercato libero. Alle incancrenite domande sociali dei giovani, single o coppie, si aggiungono nuove esigenze, nuove funzioni e bisogna dare nuove risposte: al crescere delle separazioni dei genitori, ai fuoriusciti dalle comunità di recupero, al cosiddetto social housing , al co-housing, al nido-alloggio, agli spazi comuni di caseggiato non solo per l’assemblea ma per il tempo libero, l’organizzare del risparmio, l’assistenza agli anziani, l’auto-riparazione, ecc. Per questo è necessario ed urgente poter usufruire dei frutti della valorizzazione immobiliare -che si realizza in ogni intervento- perché ne possa beneficiare la collettività.


3.    La città che non snatura la sua identità

Il rispetto del centro storico e di tutta la zona dei cosiddetti ‘grandi viali’ deve essere garantito dall’intrusione di interventi invasivi o di tale livello di contrasto con esso da snaturare la sedimentazione storica della città. Pertanto, sono da escludere, in tutta questa zona, grattacieli di qualsivoglia forma sia per l’impatto dirompente sull’edificato circostante sia per il verificarsi di congestioni funzionali con ripercussioni sulla vita sociale a partire dalla mobilità. Ma anche al di là di tale zona centrale storica, Torino non sarà mai una città ‘verticale’ perché non vogliamo che lo sia: non tanto per offuscamento delle sue montagne di sfondo quanto perché si perderebbe la sua identità e, con essa, anche un po’ la nostra. Vogliamo continuare a riconoscerci in essa, accompagnarla nei cambiamenti necessari, nella sua inevitabile evoluzione ma senza mai tradirne la natura che è contraria alla verticalità, all’esibizionismo, alla bizzarria e all’eccesso (in tutti i sensi: morfologico, rappresentativo, energetico, ecc.). Vogliamo (vorremmo) poter continuare a riconoscerci nella capacità di realizzare le belle vie -alberate e non-, le piazze e piazzette ancora più belle, le gallerie vetrate e i profondi portici, ecc.: nella Torino ‘pubblica’ cui la nostra città ci ha abituati e che è ammirata da tutto il mondo. E’- e dovrebbe rimanere- una città ispirata al senso della misura, alla compostezza, all’eleganza colta e non alla frivolezza, all’armonia del suo secolare impianto che le conferisce straordinaria bellezza nel tempo. Una città che non si rassegna alla ricerca di una caduca, effimera immagine di se stessa.


4.    La città dell’uguaglianza

Il primo elemento che può garantire un programma di non discriminazione sociale è l’abbandono della ghettizzazione dei quartieri periferici. Per far questo è indispensabile portare in tali quartieri la più efficiente rete di servizi di approvvigionamento e, soprattutto, funzioni di alto livello culturale, amministrativo e di iniziativa imprenditoriale con un forte orientamento verso la popolazione giovane. Esempi: lo scorporo o raddoppio delle sedi delle facoltà universitarie, e relative ‘case dello studente’, l’articolazione dei grandi teatri e delle grandi biblioteche, gli incubatori di piccole imprese e laboratori di alta specializzazione, gli uffici comunali/provinciali/regionali compresi gli assessorati, le grandi manifestazioni culturali, gastronomiche, sportive, politiche, ecc.
Un altro elemento di programma (conseguente al primo) è la forte riduzione della terziarizzazione del centro della città, frutto di una dissennata politica di favoreggiamento dell’esigenza di rappresentanza  dei gruppi finanziari dominanti, salvo poi lamentarsi che, dopo una certa ora, il centro non è più ‘vivo’.
La socializzazione, la partecipazione, il ‘sentire’ e agire collettivo iniziano anche dalle sedi domestiche: un impulso in questa direzione può essere dato dalla presenza di ampi cortili in cui bambini e ragazzi giocano in tutta sicurezza,  dalla presenza di molti spazi comuni per lo svago di giovani e anziani, di sale-studio per i più piccoli con genitori che a turno si impegnano a far fare i compiti, di laboratori per piccoli lavori di intervento sul proprio alloggio e su quello dei vicini, di spazi in cui assolvere necessità comuni come lo stoccaggio di legna e pellet, la custodia riparata delle bici, lo scambio ed il riuso di materiali e oggetti tra le famiglie, ecc.


5.    La città della socialità e dell’accoglienza multietnica

A questo fine, quindi, i caseggiati (meglio se provvisti di portici) dotati di tanti spazi di incontro sia al loro interno sia al loro esterno ed entro opportuni isolati, difficilmente possono coincidere con il modello della casa a torre o, ancor meno, del grattacielo. E’ un modo diverso di vivere: l’urbanizzazione ‘puntiforme’ degli edifici alti (o anche bassi), staccati tra loro, che non racchiudono lo spazio tra loro, è anch’essa all’origine della crescente estraneità tra gli abitanti della stessa città.
Puntare sui buoni rapporti di vicinato, sulla reciproca conoscenza, favorisce l’accettazione delle diversità: è il modo più sicuro di far crescere la tolleranza anche verso i non torinesi, anche di altre etnie. La reciproca conoscenza è  l’elemento fondamentale che può generare e garantire gran parte della necessaria sicurezza, che può alimentare e far crescere la fiducia nella comunità, in tutta la comunità. Ma è anche urgente e necessario programmare modelli abitativi che tengano conto della nuova mobilità intercontinentale e mondiale. Centri abitativi che, pur mescolati con torinesi e italiani, nascono con il carattere multiculturale e pertanto già provvisti di servizi coerenti con le diverse culture. Del resto, se non siamo in grado di impedire la povertà di chi emigra da noi dobbiamo sapere che questa nostra incapacità/non volontà ha un prezzo.


6.    La città della partecipazione e della conservazione dei suoi valori fondanti

La qualità urbana è una lenta costruzione -sedimentata ed alimentata nel tempo- difesa con la cura, la tutela e la valorizzazione dei luoghi, delle storie, delle aspirazioni, dei processi materiali, culturali ed estetici che i cittadini –senza delega alcuna- hanno in passato individuato e devono poter continuare ad individuare attraverso un processo collettivo che li rende soggetti attivi della costruzione dell’ambiente di vita comune. Per questo, tutti gli abitanti della città devono essere messi nelle reali condizioni di scegliere, giudicare, partecipare per arrivare a condividere il rispetto di principi e regolamenti applicativi comuni.
I manufatti ed i sistemi di relazioni e di servizi presidiano la morfologia ed i quadri di vita urbani.   Ad essi vanno assegnati valori e tra essi individuati quelli che costituiscono l’’armatura’ storica e sociale che caratterizzano la città. Attraverso il processo democratico vanno stabilite le eccellenze e le invarianti da tutelare e salvaguardare e quelle porzioni da recuperare nella qualità e nelle funzioni attraverso ponderati e sapienti processi di trasformazione partecipata.
 La città contemporanea -per la sua complessità e quale prodotto, testimonianza, documento e risultato materiale di gran parte delle vicende umane- è da considerarsi indubbiamente patrimonio pubblico nella sua interezza e da tutti -in particolare dalle istituzioni- salvaguardato, quindi, nel pubblico interesse. Le aree ed i luoghi di proprietà pubblica devono essere motore ed esempio contaminante per una socialità sempre più qualificata. Devono essere Capitale Pubblico e base per lo sviluppo di politiche urbane improntate alla sapienza e alla saggezza che possono derivare solo dal pubblico confronto e dalla pubblica conoscenza.


7.    La città della mobilità pubblica e della pedonalità

L’organizzazione della vita di ciascun cittadino è ormai scandita dal servizio preposto a soddisfare la sua esigenza di mobilità. Il primo e più importante sistema di mobilità di una città moderna  (la rete di primo livello) è, come tutti sanno, la metropolitana. Torino ha un ritardo di oltre mezzo secolo e deve ancora completarne la prima linea. Torino, a regime, dovrebbe disporne di  almeno quattro, oltre ad una quinta con molti tratti di raccordo tra le altre, soprattutto nella zona Nord. Naturalmente, disporre di una siffatta rete consentirebbe una razionalizzazione della rete tranviaria di superficie ma, soprattutto, darebbe un grande impulso ad un piano del traffico nettamente alternativo a tutti quelli adottati finora. Si potrebbe, cioè, perseguire e raggiungere l’obiettivo della totale esclusione delle auto private in tutta la zona corrispondente alla attuale ZTL allargata, compensandola con l’impiego –oltre ai tram- di una rete di minibus elettrici del tipo ‘Star’, con convenzioni con taxi (elettrici), con convenzioni con il ‘car sharing’(elettrico), con il bike sharing. Il tutto a tre condizioni: la realizzazione di una fitta ed efficiente serie di parcheggi di attestamento a corona della zona; della totale copertura della zona stessa di piste ciclabili e della loro messa in sicurezza; della realizzazione di una altrettanto efficiente serie di parcheggi di attestamento ai bordi dell’abitato cittadino.
Finchè la rete della metropolitana non sarà sufficientemente ricca di opportunità per tutte le zone e quartieri di Torino; finchè la mobilità su mezzi pubblici non sarà concorrenziale ai mezzi privati in diffusione capillare, puntualità e comodità; finchè non si potrà –di fatto- instaurare l’obbligo all’uso della bicicletta (o dei mezzi comunque alternativi all’auto) in tutta la zona centrale, le costose piste ciclabili continueranno ad essere sostanzialmente sottoutilizzate e l’aria della città continuerà ad essere irrespirabile.


8.    La città del risparmio di territorio e di energia

Nella città contemporanea il ‘Capitale Naturale’ (acqua, aria, suolo), la loro qualità e distribuzione, divengono ‘Capitale Sociale Materiale’, non ripetibile, che va governato nell’esclusivo interesse pubblico. E’ una città che si ricostruisce e rigenera su se stessa risparmiando territorio, vietandone ulteriore consumo.  All’abitudine del consumo illimitato di suolo bisogna opporre la realtà delle migliaia di vani vuoti che si registra in ogni città, anche solo di media grandezza. La giusta risposta a tale fenomeno e al perdurare della domanda di abitazioni deve essere, innanzitutto, una politica di forte/fortissima incentivazione alla locazione da parte di tutti i piccoli e grandi proprietari per raggiungere l’obiettivo del totale sfruttamento del parco edilizio esistente. Il costante aggiornamento delle disponibilità esistenti deve poter consentire il riuso di ogni area o struttura esistente, industriale e non, prevedendo severe sanzioni alla P.A. che non rispettasse tale assoluta priorità. Inoltre, per qualunque comune -anche il più piccolo- deve essere bandita qualsiasi pianificazione territoriale che preveda la possibilità di edificati per una sola o poche famiglie, all’origine del cosiddetto ‘sprawl’.
Il risparmio di territorio, il contenimento dell’estensione della città con le sue periferie, è parte essenziale della generale politica di risparmio -anche energetico- e di innalzamento del livello della qualità della vita: limita i consumi di carburante dei mezzi di trasporto grazie alla riduzione degli spostamenti; riduce l’inquinamento atmosferico e acustico; riduce i tempi di trasporto aumentando la disponibilità di quello libero. La politica del risparmio deve essere molto rigorosa e agire in tutte le direzioni. Anche l’organizzazione e l’assetto urbano possono concorrere a ribaltare la logica dell’abbondanza, della disponibilità illimitata delle risorse (fino allo spreco come stile costante e generalizzato di vita).
La ‘macchina’ urbana, se lasciata a sé, risulta essere una idrovora energetica a forte dispersione. Occorre puntare all’autosufficienza, al contenimento, al trattenimento dell’energia per non colonizzare e divorare il ‘Capitale Naturale’ interno ed esterno all’area urbana. Occorre diffondere e articolare la produzione di energia anziché centralizzarla, senza per questo stravolgere la morfologia della città, la sua identità paesaggistica, la sua secolare bellezza.
L’Italia, salvo poche zone al Sud, non è un paese particolarmente ventoso. E’ giusto concentrare la ricerca sullo sfruttamento dell’energia solare e su altre fonti alternative a quelle fossili (geotermia, biomasse) ma, tenuto conto della dirompente domanda di energia di tutti i paesi finora sottosviluppati, la fonte di gran lunga più sicura e importante risiede nel comportamento individuale improntato al Risparmio, al Riuso, al Riciclo che deve avere ricadute fondamentali nella produzione, nella distribuzione, nel consumo dei prodotti e nella gestione dei rifiuti che. Gli inceneritori -come le centrali atomiche- non sono la soluzione. La soluzione è nelle tre ‘R’ precedenti che rispecchiano la coscienza di ciascun individuo sulla fine di un’epoca: quella che non si voleva adeguare alla realtà di un mondo finito e non infinito.


9.    La città del verde e dei servizi

La qualità urbana deve essere la misura di soddisfazione  nonchè l’aspirazione e la pratica quotidiana delle istituzioni e dei soggetti collettivi -pubblici e privati- con cui misurare ed ottimizzare il rapporto di ognuno con la propria città, senza differenze tra centro e periferie, di censo e di provenienza, tra soggetti diversi nell’esperienza pratica di vita urbana.
La qualità della vita in città si misura, innanzitutto, sulla completezza e diffusione dei servizi per la collettività: dai presidi sanitari ai trasporti comodi e veloci, dalle scuole all’articolazione degli uffici comunali sul territorio, dalle biblioteche ai nidi per l’infanzia, dai ritrovi per l’incontro e le attività giovanili alle farmacie, dalle case per anziani all’assistenza domiciliare, ecc. ecc.
Un doveroso impegno di qualsiasi P.A. dovrebbe essere quello di rilevare il fabbisogno inevaso di servizi, zona per zona, quartiere per quartiere e programmare la loro soddisfazione entro tempi certi. Tra i bisogni inevasi è compreso quello di aree verdi cosiddette di prossimità e non solo di grandi parchi di livello cittadino. A tal fine è indispensabile vigilare sull’opportunità o meno di riempire tutti i ‘buchi’ che potrebbero invece servire al diradamento dell’abitato in favore di ‘pause’ per la sosta e il gioco nel verde urbano. Ciò significa non solo valutare il rilascio di permessi di costruire caso per caso ma, anche, la possibilità di graduare la densità edilizia anch’essa caso per caso e non secondo indici di fabbricabilità generalizzati per vaste zone del territorio metropolitano perché la priorità da rispettare è, appunto, quella dei servizi per tutti per il ben-essere per tutti.


10.    La città delle realtà produttive e commerciali diffuse

Le rivoluzioni industriali hanno esploso la città soverchiandone spesso i caratteri originari. Occorre certamente recuperarne, in molti casi, i luoghi, le geografie, le storie, gli stili, ma occorre, soprattutto, ripensare i tipi di prodotti (materiali-immateriali) ed i modi produttivi  (manifatturieri-virtuali) da inserire nell’intreccio delle funzioni che andranno  a comporre e qualificare la vita cittadina. Anche dalla recente crisi emerge l’erronea scelta di identificare l’economia cittadina con una attività produttiva dominante e soverchiante tutte le altre a tal punto da determinare –di fatto- l’organizzazione e la cultura di tutta la collettività. “Torino città dell’auto” è un assioma da abbandonare per sostituirlo con una ricchezza e varietà di produzioni -industriali e non-così da non ridursi al ricatto della mono-produzione e della mono-cultura ad essa conseguente.
E’ corretto complessificare e vivacizzare la ‘trama’ delle funzioni cittadine facendo coesistere produzione e residenza, lavoro e tempo libero, attività redditizie e cultura, ecc. ma, oltre una certa dimensione, la localizzazione industriale non è più sopportabile dalla maglia -pur complessa- della rete dei rapporti urbani.
 Occorre, inoltre, riconsiderare il rapporto tra la piccola e grande distribuzione del commercio evitando di decretare l’agonia dei negozianti ‘sotto casa’, così come delle botteghe e dei laboratori ai quali è legata l’insostituibile categoria dell’artigianato. Dall’abbandono della dequalificazione fordista dell’attività umana deve svilupparsi la ripresa dell’orgoglio della competenza individuale in ogni lavoro di qualunque settore economico. E’, anche questo, un modo per vivere in una città migliore.

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Opera inserita il7 Ottobre 2010 • vista883 volte • con5 interventi (l'ultimo il 30 Novembre 2010)

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