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<<< Di coriandoli, di parole, di cappottini rossi - scritto di Chiara Massa del Febbraio 2011 >>>

Non posso dirtelo – ma lo senti – 
né tu puoi dirlo a me.

Emily Dickinson


Cammino con te sul viale ciottolino del parco, nel pomeriggio tenero e pieno di luce di questa pausa d’inverno, quando ci penso.

A te che forse ricalcherai questi stessi passi, leggendo queste stesse parole, in un giorno di cielo alto e foglie vecchie a crocchiare sotto i piedi.
Ho davanti il tuo bel faccino rotondo, guance e naso rossi, occhi blu grigi verdi declinati all’ombra e al sole e al riflesso delle fronde e dell’acqua. 
Occhi di animale selvatico, mimetici, liquidi, enormi.

Tu giochi a volare, sfarfallando forte le braccia e strillando cincischi da rondinella, il passeggino che sobbalza ad ogni spinta d’ali. 
Io gioco a immaginarti, a volo riuscito, alta sopra di me, ben oltre il mio ventre, le mie cure, il mio sguardo.
Ti penso in un cappottino rosso, sottile come sarai sottile e dura, perché così sono io. 
Due trecce magre a trattenere i capelli, scuri e lisci e lievi. 
Il passo appena incerto, mentre leggi camminando e sollevi scorci d’occhi per non scontrare alberi o persone.
Ogni tanto ti fermi, sospesa ad un passaggio, ad una parola, e fatichi a riconoscerla in me. A immaginare il volto di tua madre, tanto tempo prima, socchiuso nel trovare il giusto modo di raccontarti.
Ti accucci in un angolo, sorridi, forse accendi una sigaretta, sorridi ancora.

C’è tanto mattino intorno, a tratti la luce entra tra le righe, le imbeve, le accende.
I tuoi occhi le aprono, le mettono al mondo, le liberano dall’attesa, dal mondo sommerso delle cose scritte, delle lettere nei cassetti, dei bauli chiusi.
Il tuo sguardo inzuppa di vita le mie parole.

Sei tu, la madre.

Questa mattina strisciavi gongolando sul pavimento, io da lontano sbirciavo che non ti cacciassi in guai troppo grossi. 
Il gatto ti girava intorno, scettico e curioso.
Ad un tratto un coriandolo di sole ti si è posato vicino, tu hai sospeso il tuo buffo barcollare e l’hai guardato posarsi, fare polvere di luce, bagnare di luce il legno.
Con una manina hai provato a prenderlo, e sei rimasta così, con le dita piene di sole e l’espressione appesa ad una rivelazione.
Con gli occhi che già guardavano oltre, molto oltre qualunque cosa possa inventarmi per te.

Dimmi che ti basta, quel che ti vado raccontando.
Non dico a saziarti, riempirti la vita, colmarti il destino.

Ma almeno a non ammalarti di abbandono.

Chè riempire il tuo sguardo e appenderti allo stupore è il compito più difficile che mi sia capitato.
Mantenere quelle piccole mani a quota meraviglia.
Farti funambola sulla vita.
Non lasciarti cadere mai, nemmeno per un istante, dal filo dell’immaginazione.

Darti gambe forti per correre, o tenere duro dritta nel vento. 
Darti occhi limpidi per riconoscere le strade e piedi grandi per percorrerle. 
Mani sottili per le piccole cose, cuore robusto per le grandi. 
Fianchi rotondi per ballare. 
Tempo per scegliere.

E testa carica.

Per essere e volere e conoscere e sostenere e combattere e difendere e proteggere e costruire e domandare e distruggere e ricominciare e chiedere e comprendere e imparare e suonare una chitarra sghemba, un giorno da qui a domani, nella luce dolce d’un camino acceso.

Così, ecco, cappottino rosso, treccine magre, figlia mia. 
In questo mattino di sole, mattino di donna che sei tu, guarda: c’è una goccia di luce, proprio lì, su quel puntino in fondo alla frase.

E’ un coriandolo di sole che viene da lontano.

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Opera inserita il15 Febbraio 2011 • vista500 volte • con3 interventi (l'ultimo il 28 Marzo 2011)

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