Fabrizio Fontana
FONTANAF

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HANNO SCRITTO:


Se avessi qualche anno di meno, potrei dire che siamo stati tutti bambini di una generazione che ha giocato con le Barbie e con i giochini degli ovetti Kinder. Magari con gli uni e con le altre, mentre, con la bocca piena di cioccolato al latte, imparavamo i meccanismi e le astuzie del vivere la vita. Poi, pian piano, abbiamo imparato a giocare “altri giochi” e abbiamo dimenticato quel mondo magico ed intrigante, pieno di fascino e di meraviglia. Dell’infanzia con i suoi giochi rimane, nel migliore dei casi, una vecchia scatola su in soffitta, di cui, ad ogni riordino, pensiamo seriamente di dovercene sbarazzare. Mentre scrivo questo pezzo, pensando alle opere di Fabrizio Fontana, ho gli anni di mia figlia e vedo con i suoi occhi l’incanto legato alla stanza delle sue meraviglie. Ma ecco che a quella stanza si sovrappone lo spazio operativo del nostro Artista. Casa di bambole, Laboratorio-officina, Museo dell’effimero e del paradossale, Luogo della dissacrazione, Spazio di pratiche inconfessabili, Tutto è catalogato, ordinato in modo maniacale: per colore, per forma, per argomento…Rottamazione, raccolta differenziata di ciò che è stato rifiutato, rinnegato, abbandonato, avanzato dalle passioni di un “tempo perduto” e della selvaggia e malinconica felicità che a tali passioni si accompagnava. Quelle che potrebbero essere “le collezioni di un barbone” vengono qui ripulite e conservate, nell’attesa di una nuova vita, di un riutilizzo creativo senza censure. Frantumi di memoria ambiscono a divenire parte di un sogno compiuto, recuperato alla coscienza e pronto per una nuova interpretazione. Recupero di ciò che viene dismesso, dimenticato, abbandonato. Recupero e testimonianza delle tracce del tempo che passa, con i suoi ricordi, non sempre ben archiviati. Recupero e riconoscibilità dell’oggetto, del suo nome, del contesto di provenienza, con possibilità di un senso ulteriore. Recupero di un universo legato al mondo della fantasia, del gioco, dell’infanzia reale, quella “polimorfa perversa”, libera dal moralismo adulto e dei suoi tabù. (Come in alcuni film di animazione, possiamo immaginare i dialoghi notturni tra questi pupazzetti, tutti con il loro corredo e i loro accessori. Ci si chiede chi sarà scelto, individuato, “nominato” per interpretare una nuova parte, nel nuovo Grande gioco, nel nuovo Grande Sogno del Grande Fratello Fabrizio…). E da qui che comincia la pratica artistica, il Gioco creativo, o meglio 'Jioku' come ama chiamarlo Fabrizio. Il riutilizzo anarchico e liberatorio di questi oggetti abbandonati dall’incalzare del tempo e dalle nuove mode, imposte da un mercato sempre più aggressivo che impone sempre nuovi consumi, crea contaminazioni capaci di assumere significati inediti e associazioni analogiche e simboliche sempre più complesse e stratificate. Da un nuovo Ordine si passa ad un nuovo Caos, da un non-senso ad un nuovo significato e magari ad una nuova estetica plurisignificante. Un gioco di accoppiamenti, di richiami, di rimandi, di citazioni che, nei titoli, diventa anche un gioco di parole. (Nella sua prossima mostra le opere esposte hanno tutte lo stesso titolo RED-IN, anagramma di Kinder, che viene a tradursi come Inchiostro Rosso.) Questo gioco creativo, di alchemica trasformazione, attinge ai personaggi e agli oggetti di un immaginario bambino, coniugandoli spesso con una realtà immaginale più profonda legata alle icone simbolo della sacra e profana devozione. Dai “santini” alle vecchie bambole, tutto viene recuperato e reinterpretato dalla gioiosa fantasia di Fabrizio Fontana. Oggetti “buoni” e oggetti “cattivi” trovano indubbiamente una sintesi nella riserva dell’inconscio individuale e collettivo, là dove solo un lavoro psicoanalitico può cogliere tutte le reali connessioni e tutti i motivi di suggestione e di stimolo cognitivo ed emozionale. Il risultato di questo processo di ricerca, che culmina nella sapiente realizzazione di contenitori di reliquie che dichiarano allucinanti ossessioni e sordide regressioni, porta a quello che Roland Barthes aveva definito “uno stupore perpetuo, il sogno dell’uomo davanti alle proliferazioni della materia, davanti ai legami che egli coglie tra il singolare dell’origine e il plurale degli effetti”.

 

Vincenzo Ampolo, Il Paese Nuovo, 14 aprile 2009

 

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REDINK. Jioko di c’arte di ide-entità.

Una voce fabulosa pervade lo spazio della mostra.

Il suono si diffonde richiamandoci alle presenze di simbiotiche coabitazioni.

REDINK: elementi necessari per la costruzione d’opere d’arte.

Qui le creative composizioni lanciano la sfida al “conflitto di esistere”, giocando con gli archetipi dello stupore iniziale.

Fabrizio Fontana affronta i segreti celati dietro le apparenze, lavorando su un’idea d’interfacciabilità dell’immagine.

La sua elaborazione n’è diventata un vero e proprio documento d’arte.

Il segno si è com-posto recuperando il “frattempo”, nella misura dello spazio dipinto sulle “carte rosa”.

REDINK è testo tra-scritto-grafico sul long playing, il disco dell’isola mnemonica, della cui emersione ipnotica, la musica non rompe il silenzio. Lo ascolta.

Registra la radicale udibilità, alimentandone il valore simbolico-concettuale, perfetta simbiosi tra l’opera e il suo tempo sonoro ideale. 

Tutto è legato alla Linea Vitae del REDINK, che descrive un percorso estetico rappresentativo, del dare senso al senso delle materie visibili trattenute dove confluiscono: la grafica, la pittura, la fotografia, il video, l’installazione, nel largo abbraccio della volontà di pervenire all’essenza delle cose.

La poesis del gioco si fa energia.

Vive, transita teneramente nel video “REDINK” dove Edoardo-Figlio Alter-ego mangiando la cioccolata và alla scoperta del mondo, in un viaggio di sinfonica giocosità, dell’essere partecipe, sulla scena della festa della vita.

La chimica d’arte contemporanea è materia infinita, enigmatica, complessa.

Il rito del passaggio è l’essere partecipe al fare accadere, lo stesso destino di stupore, di gioco, d’esperienze del proprio pensiero, in quella dimensione tale da registrarne l’inquietudine. Registrarne lo spirito, inciderne la lastra di luce dell’abisso più profondo.

Luce” che nel bianco sù tela Fontana ha impresso una vibrazione, un sigillo, un continuo conversare con le regioni in-esplorabili del suo linguaggio, che con REDINK compone un suo dizionario magico.

Nel tempo della moltiplicazione e frantumazione delle immagini, il video “T.V.B. 409” una Barbie nel suo essere icona, custodisce l’intimità del proprio limite al centro di un gira-dischi. Ruotando su stessa con un seducente senso della provvisorietà, con un cenno invitante alla discrezione, si fa ingenua libellula, il cui fascino elegiaco, di fatto, ci appartiene.

Nel processo d’agnizione l’artista si definisce nelle dimamiche del gioco nel sorprendente legame con oggetti “delocati” fatti diventare “alimento per lo sguardo”.

Fatti diventare ancora Jioko delle c’arte di ide-entità. Dove l’aspetto ludico è di crescita nel confronto comportamentale con lo spettatore che diventa anch’egli fruitore del suo mettersi in opera.

Deconflittualizzare le distanze per Fabrizio Fontana è l’arte di ri-creazione del momento reale.

È una costante iniziazione alla conoscenza.

 

Mario Schiavone, Galatina (LE), aprile 2009

 

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“Fabrizio Fontana possiede una sensibilità verso le cose che sconfina il semplice e deduttivo pensiero della vita. Vagheggia un mondo attraverso una realtà nuova, e non cerca di calamitarci al suo interno, ma di farcelo assimilare. L’aspetto giocoso e scherzoso dei suoi lavori è in realtà solo un’apparenza: l’opera di Fontana si esibisce in una mistica allegoria pungente che sorvola la critica e il sistema dell’arte, e che non intende mostrarci la strada della denuncia né affidarne l’analisi al nostro intuito. Fontana si serve della propria autorità artistica per arrivare al profondo della nostra coscienza: salvarsi dall’essere colpiti, alla fine, risulta impossibile. Miti ed eroi della società consumistica sono abbattuti e poi riutilizzati come marionette suicide o come attori di un gioco che è eco della personalità dell’autore, ma anche strumento forte e deciso. E così, personaggi come Fujiko, Superman e Biancaneve, dolci e innocui in superficie, si mostrano a ben vedere trasgressivi e provocatori, fino a mettere in discussione le radici stesse della coscienza collettiva. A mantenersi innocente è invece l’astuzia dell’artista, che abilmente ci fa vedere senza vedere, sentire senza sentire, e che bonariamente si prende gioco di noi gridando compiaciuto «Les jeux sont faits!»”.

 

Geoffrey Di Giacomo, Roma, dicembre 2008

 

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“Fabrizio Fontana crea dei tableau di deciso impatto cromatico e materico la cui ispirazione pop si arricchisce in maniera ogni volta sorprendente di inediti fattori concettuali. Muovendo da una chiara visione dei delicati ingranaggi della società consumistica di massa, Fontana tesse un’articolata trama di intrecci e di rimandi semantici, di intriganti allusioni e di simbolici doppi sensi. La scelta di icone radicate nella memoria collettiva restituisce per un attimo all’osservatore il delizioso retrogusto di un gioco da bambini. Il contraccolpo però è dietro l’angolo: basta guardare con più attenzione per scoprirsi drammaticamente condotti dall’autore come sull’orlo di un precipizio. La spensieratezza – sembra avvertirci Fontana – non può che durare pochissimo, a meno che pateticamente non si accetti di ridursi a ebeti divoratori dei prodotti somministrati dall’industria.”

 

Carlo Gallerati, Roma, settembre 2008

 

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“(…) Fabrizio Fontana elabora un atto di non senso, un gesto provocatorio, pur di favorire un linguaggio che sfida i parametri artistici-estetici tradizionali. Attraverso il collage o la combinazione di svariate tecniche, cattura l’oggetto infantile per creargli attorno un mondo privato e quindi associarvi un significato alternativo. È proprio lì che oscilla l’arte di Fontana, il significato si estende al di là dal proprio confine semantico. Fabrizio Fontana supera il tempo e lo spazio che caratterizzano il fumetto, il film o il cartone animato e ne colloca i personaggi in un tempo e in uno spazio diversi, in cui è possibile percepire una sorprendente fusione di livelli di realtà. Ci chiediamo ‘Chi sono diventati Totti, Pinocchio, Barbie, il Puffo? Sono personaggi di una nuova storia?’

(…) Fabrizio Fontana cerca di distruggere il simbolo e la conoscenza che si ha di questo o di quell’eroe riportandolo in una dimensione adulta, contestando con ironia gli argomenti della produzione di massa e evidenziando i processi e i risultati opachi dell’industrializzazione moderna.

(…) Fontana sviluppa un’arte popolare con elementi e personaggi fittizi considerati icone del divertimento della prima età. Gli oggetti e le figure selezionate dall’artista sottolineano il momento storico presente. Nei titoli delle sue opere, come per esempio “Excamotage”, “Pensiero Stuprendo”, “Fujiko non Joka a Sudoku”, Fabrizio Fontana esplicita ironicamente l’ambivalenza della sua opera e il doppio gioco che svolge. Ci ricorda molto Duchamp con “L.H.O.O.Q.” o “Tu m’” in cui il peso del titolo interferisce con l’osservatore dando forza o non-forza al significato. Giochi di parole, doppi sensi: il titolo di Fontana allude quasi sempre a qualcos’altro. L’ironia, come diceva spesso Duchamp, è la forza protettiva con la quale l’artista si difende dal critico e dall’istituzione. È un’arma capace di attaccare senza essere attaccati. Fontana è consapevole di dover affrontare il Giudizio Critico: egli si muove scavalcandolo, il suo pensiero si mimetizza attraverso oggetti banali ma significativi della nostra vita quotidiana e del nostro tempo. Da essi trae origine la sua arte, apparentemente solo dolce e innocente ma altrettanto pungente e provocatoria. Un gioco che ci coinvolge senza giocare.”

 

Geoffrey Di Giacomo, Roma, settembre 2008

 

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“(…) Le sue opere apparentemente infantili celano scomode verità, contraddizioni e disagi del vivere contemporaneo”

 

Luigi Rigliaco, Lecce, giugno 2008

 

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 “V svojem delu izhaja iz abstraktne tradicije, ki jo razkriva kot izhodišče premišljene analize vidnosti.

Urejenost in samoumevnost vidnega sveta temeljita na sistemu konvencij in ureditev, ki organizirajo brezmejno diferenciran protislovni vidni tok. Posameznikova identiteta se vzpostavlja v razmerju do vidnega, zato je urejanje vidnosti ena temeljnih strategij moči.

V delih velikih mojstrov, kot sta Warhol ali Schifano, je resnica ponavljajoča. Kompleksna struktura Fontanove produkcije odseva problematiko: urejenost slikarskega polja razpada in se razpušča v diferenciranost detajlov in njihovih razmerij, kjer gledalčeva izkušnja nenehno niha med celoto in podrobnostmi (serija Plan Für Schlafanzug). Zadnja slikarska serija (Invaders) nadaljuje dialog z grafično tradicijo in refleksijo o njej, pri tem pa z vpeljavo fotografske pokrajine nadgrajuje protislovna vprašanja vidnosti, decenralizacije, lokalizacije in razpršitve gledalca, pogleda in njegovega predmeta.

Svoje raziskave vidnosti, telesnosti in dojemanja lastne identitete povezuje z vizualnimi transformacijami vsakdanjega sveta, ki so ga v času novih medijskih tehnologij in znanstvenih raziskav preplavile fragmentarne posredovane podobe razvite porabniške družbe v njenih posegih po vesoljskih prostorih.”

 

“Si ritiene sempre, senza dare spazio ad alternative, che la verità appartenga in esclusiva alle situazioni del reale.

Spesso è in ritardo nei risvolti della storia, eppure resta obbligatoriamente figlia di riscontri deducibili da eventi, che non lasciano per principio affiorare il dubbio.

Solo nell' arte questo dogma viene vanificato.      

Nei dipinti di grandi maestri, pazzi di genialità, quali Warhol o Schifano, il vero è replicato sotto condizioni che ne falsano l'immagine, sebbene ne lascino intendere le originalità di appartenenza.

L'artista presentato, Fabrizio Fontana, sul mondo catturato nelle presenti opere, non deroga da tale modus, riuscendo a calamitarci l'interesse. 

La realtà del vero parla di colori e contorni, per balzare poi imperiosa fuori dalla carta (serie Plan Für Schlafanzug). Nemmeno lui però serve il proprio pensiero documentativo al naturale e imprigionando l'essenza, le opere sono marchiate d'incredibile, azioni selezionate con una professionalità oggettiva rara a incontrarsi. I lavori di verità composte, si rivelano intelligenti e altrettanto vissuti nell'intimo. Simbologie di grafica altro non sono che tatuaggi della memoria; non deformazioni, bensì decorazioni astratte, quasi richiami ad una fantasia scomparsa.

Un applauso al suo stile, scevro da banali citazioni e deja vù. Le sue sono censure dilatate, per aprire meglio gli occhi sulla comprensione del contenuto stampato; sono urla di silenzio sul prossimo tracollo di una società scomposta (Invaders).”

 

Breda Čuk, Ljubljana, giugno 2008

 

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“Dissacrazione e ironia nei lavori di Fabrizio Fontana, che “inscatola” personaggi dei cartoon o delle fiabe in box colorati con i più disparati materiali (mattoncini Lego, ovetti, etc) utilizzati nei giochi dei bambini. Interessante anche l’ambiguità e i giochi di parole dei titoli, frutto di una minuziosa miscela cult della pop culture.”

 

Dores Sacquegna, Lecce, gennaio 2008

 

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“Fontana non perde mai occasione di sottolineare come il processo creativo non prescinda mai dall’idea di gioco. Il gioco, infatti, riveste un ruolo di primo piano non solo come metodologia dell’azione ma anche e soprattutto come indice della discriminazione sociale e codice d’accesso ad un diverso modo di guardare alla realtà.”

 

Francesca De Filippi, Nardò (LE), dicembre 2007

 

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“Fabrizio Fontana attingendo dall’universo immaginifico delle fiabe ne preleva delle “icone simbolo”, come Biancaneve o Topolino, per trasformarle, attraverso un procedimento di decodificazione e ludico ad un tempo, in oggetti visivi dai toni ambigui e dissacratori. “Inscatolando” i personaggi dei fumetti o delle favole, l’artista compie un transfert segnico per cui al soggetto non corrisponde più la sua immagine originale ma un’immagine ironica e sagace che disvela il suo intento provocatorio con l’inserimento di elementi transcodificatori come le sorpresine degli ovetti e i mattoncini Lego.”

 

Francesca De Filippi, Mesagne (BR), agosto 2007

 

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“La parola Jioko è il refrain al quale Fabrizio Fontana, ricorre spesso per dare i titoli alle sue mostre, (Fair Play, Les jeux sont faits…) alle sue opere (Doppio Gioco, Per Battere i Fanti Gioca con i Santi, Fujiko non Jioka a Sudoku). Quando manca il termine gioco, il titolo è comunque un gioco di parole (Pensiero Stuprendo, Red.Ink) . Il passaggio successivo della sua ricerca è stato concepire l’opera come un vero e proprio gioco; ed è il caso del Tetris, di Jiokube, sua ultima produzione.

Questa è una installazione che comprende dodici Kube, con i cui lati si possono combinare in sequenze visive diverse, seguendo i colori verde, giallo, arancio. Un lato è di plexiglass trasparente e permette di “curiosare” all’interno, dove con materiali che vanno dagli animaletti di plastica colorata, alle foto, ai santini, alle bambole, Fontana con un po’ di sana ironia, compone e scompone immagini mediatiche, temi sociali e non da ultimo ricordi d’infanzia.

Con queste icone votive, dove sacro e profano si incastrano, l’artista invita lo spettatore a partecipare al gioco senza che quest’ultimo resti “turbato” dai particolari “piccanti” che spesso si insinuano all’interno delle opere.”

 

Angela Serafino, Galatina (LE), giugno 2007

 

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“Si fa presto ad immaginare che il gioco è proprio quello di prevedere la risposta, conoscendo le regole. Fontana risponde ironicamente, raccogliendo dagli idoli mediatici (San Pippo Baudo) e dai fumetti (un po’ provocatoriamente come già Les Krims) spunti per non restare indifferente alle proposte visive della raffinata produzione di massa. Nelle sue scatole allestisce un teatro del quotidiano, facendo posto agli elementi di questa costruzione corale. Nella diffusa presenza del femminile la sua opera è il necessario controcanto.”

 

Angela Serafino, Parabita (LE), agosto 2006

 

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“Ironia dissacratoria e giocosa malizia caratterizzano le opere di Fabrizio Fontana, amalgamandosi in una irresistibile miscela di riferimenti colti e kitch, dada e surrealisti, allusioni al mondo del fumetto e della Pop Art. Ne nascono i suoi personaggi irridenti e scanzonati, frutto di questa abile “ars combinatoria” aperta alle seduzioni psicologiche, alle associazioni mentali, alla suggestione dei prelievi oggettuali e d’immagine, alla manipolazione inesauribile delle materie.”


Marina Pizzarelli, Lecce, dicembre 1995


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