Chiara Massa
Lachiarina
"…come viene in mente di fare lo scenografo?
E la costumista, l'illustratrice, la pastrughina?
Accade.
Son quelle cose che avvengono senza avvenire, che succedono senza succedere, che ci accompagnano da sempre.

Il mio nome è Chiara.
Il mio mestiere è giocare.

Perché un mattino ho aperto gli occhi e all’improvviso mi sono crollate addosso a un millimetro dal naso venticinque milioni di tonnellate di pietra.
Anche volendo, anche mettendosi proprio d’impegno, era impossibile ignorarle.
E’ così che è andata.
Non ho racconti strabilianti di vocazioni precoci o teatrini di carta e colla cresciuti con me e conservati tra le polveri di qualche nonna.
Ho venticinque milioni di tonnellate di idee immagini libri sguardi film fotografie facce colori…
Ho questo fagottino di meraviglia da portare sempre con me, e due mani che il cielo ha voluto sfarfalleggiassero tra queste idee con sorprendente disinvoltura.

Cosa può fare, con la sua vita, una che s’accorge tutt’a un tratto di avere mamma mia quante idee – e come corrono veloci! – e due mani che non stanno ferme mai, che si impiastricciano di colore e colla e polvere e carbone appena le perdi un po’ di vista, e tirano fuori cose così buffe e sorprendenti che si rimane lì così, per un po’, a chiedersi… ma che cos’è?

…la pastrughina!

E così, è questo che faccio.
E’ il mio gioco.
Il mio sogno.
La mia vita.

Ho portato il mio fagottino su e giù per le aule di un’Accademia con il cuore che mi tamburellava addosso ad ogni cosa nuova, con la precisa sensazione di doverlo ascoltare, in silenzio… si dice che i grandi pensieri vengano da lì, da quel pugnetto di muscoli e sangue che entra in ogni più piccola cosa che facciamo con il suo tonfo, e più lo si lascia fare più si corre il rischio di ritrovarsi tra le mani qualcosa di meraviglioso.
…qualcosa che proprio ti meraviglia!
Si corre il rischio, insomma, di essere un po’ felici.

Poi c’è stato il mattino in cui ci siamo trovati, il fagottino, il cuore – che quel giorno faceva un baccano infernale – ed io, appena fuori da quel portone, con un foglietto pieno pieno di firme e timbri e lodi in una mano, ed una cartella piena piena di disegni nell’altra.
E la strepitosa spaventevole responsabilità di fare della mia vita qualcosa di furibondamente bello.
Di amorosamente variopinto.
Di autentico, perlomeno.

…non che non avessi idea di quale direzione prendere.
Anzi, sapevo piuttosto bene da che parte voltarmi per cominciare a correre.

Ho sempre pianto e riso senza il minimo ritegno, all’opera… mi fa perdere il controllo, l’idea di questi personaggi immensi e strabilianti che vivono, amano e muoiono cantando… muoiono cantando!
E’ un inno alla vita, se ci pensi.
Siamo condannati ad amare la vita, a cantarne la sfolgorante bellezza anche quando ci sta volando via tra le mani.

L’opera dicevo… ho cercato il mio Maestro, inarrivabile animale da Scala e Opèra, con la costanza e l’incoscienza di chi comincia una salita.
L’ho trovato, l’ho convinto, e ho avuto una matita tutta per me nella fabbrica dei sogni, una grande casa ombrosa sotto il cielo di Parigi, dove i viaggiatori della fantasia progettano e confezionano sogni su misura per i teatri d’opera del mondo.
Le mie mani hanno dato volto e anima alle loro grandissime idee, fino a che è stato possibile.

Poi è stato il momento del cinema, dei set luminosi e silenziosi, dei piedi nudi sul palcoscenico con il diaframma alto e certo, delle tournèe sui furgoni affollati, del ritorno alle tele bianche e soffici, degli strati di acrilico oltremare, della giostra dei videoclip musicali e lavorare danzando, e lavorare disegnando, e disegnare per vivere, e vivere, soprattutto.

L’inizio di una strada lunga lunga, l’ottovolante del bello, su e giù a cercare la propria via, dal palcoscenico immenso dell’opera alla cantina umida della compagnia che stai giocando a costruire.
E’ un mestiere difficile, ci sono andate e ritorni violenti, ma non mi spaventa più la fatica. 

Perché so bene che quando si è spudoratamente innamorati non c’è fatica che sia mai troppo grande, da superare.

Ed io sono spudoratamente innamorata, di questo mio gioco.
Di questo mio sogno.
Della mia vita.

Ci sono, io credo, due specie di persone particolari, tra le tante fogge di cui si può vestire un uomo… quelli che nascono, giocano e muoiono, e quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita, all’altezza – più o meno – del cuore.

Ci sono gli attori.

E ci sono i funamboli.

Io penso che il difficile non sia mantenere l’equilibrio, o andar sempre diritto su una linea continua.
Il difficile è rimanere sempre su quel filo.
E’ vivere ogni momento della propria vita all’altezza del proprio sogno.

Non scendere mai, nemmeno per un momento, dal filo dell’immaginazione.

Difficile.
Ma io vorrei avere proprio questo racconto da raccontare, sotto i miei capelli bianchi.

La storia di un funambolo che non è mai sceso dal proprio sogno."


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